Ti trovi con il Tocati e decidi che vuoi di comunicare tutti gli eventi collaterali che vengono organizzati. Giuseppe e Sara di AGA ti indicano quelli che sono i personaggi più adatti per Salmon.
Da bravo ignorante, non ne sai molto di nessuno di loro.
Tra questi ti parlano di Pino Cacucci. Annuisci con la testa e ti fai dare il numero di telefono.
Lo chiami e risponde una persona dai modi gentilissimi e umilissimi: è in coda alla cassa del supermercato e ti chiede un po’ di pazienza.
Gli mandi velocemente le domande, perché i tempi sono sempre stretti.
Ne parli con un paio di amici dall’occhio un po’ più lungo del tuo e…
scopri che è un personaggio descritto così da Fellini: “Cacucci è un artigiano, un costruttore di trame, di atmosfere e di personaggi.”
Signore e signori, domani Sabato 20 ore 18.00 in Biblioteca Civica, andate a trovarlo.

 

Ciao Pino, Comincio dal farti una domanda tanto banale quanto spontanea.
1) In Messico non ci sono mai stato ma ogni volta che parlo con persone che ci sono state o ci hanno vissuto me ne parlano come fosse la Terra Promessa, l’El Dorado vero e proprio.
Ogni volta ne rimango sorpreso; è incredibile come sembra esserci un’opinione unanime riguardo al Messico. Direi che ci sono pochi altri posti al mondo che lasciano questa idea di sé. Solo il Brasile, mi viene da pensare…
Mi sai, in 2 parole, spiegare il perché? Com’è possibile?– Non so se l’opinione sia “unanime”, dipende dalle sensibilità ed esperienze di ciascuno, però anch’io, negli oltre trent’anni di frequentazione del Messico, ho notato innumerevoli volte come gli “stranieri” (e in particolare tanti italiani) si sentano a proprio agio, provino emozioni altrove rare, instaurino facilmente la comunicazione con le genti del luogo… E poi c’è la forte sensazione di libertà, dovuta al fatto che i messicani, nella stragrande maggioranza, rispettano le diversità e quindi non ti senti mai giudicato per come appari o cosa fai, ma essenzialmente per come sei dentro. Forse è proprio questa sensazione che da almeno un secolo attira stranieri da ogni luogo del mondo.Pino Cacucci2) La mia idea di Messico è anche molto malinconica, nostalgica… ultimamente ci stanno vendendo anche un Messico violento e pericoloso. Esiste una dimensione del Messico che sia anche futuro, prospettive, modernità e innovazione?– Infatti l’indole delle genti messicane è più malinconica che allegra, e pervasa da nostalgia, da un senso di perdita, ma al contempo di fierezza per la propria storia e di orgoglio. Certo il Messico può sembrare “schizofrenico”: da un lato si avverte una grande generosità e facilità di rapporti umani, dall’altro, sa essere spietato e occasionalmente violento. Purtroppo la cosiddetta “guerra al narcotraffico” ha devastato socialmente alcune zone, in particolare al nord verso la frontiera con gli Usa (che hanno il problema di essere i primi consumatori al mondo di droghe, ma la guerra la fanno fare in Messico…). Ma è un paese straordinariamente proiettato nel futuro, culturalmente vivacissimo (in particolare la capitale, Città del Messico, enormemente migliorata negli ultimi anni sotto ogni punto di vista, compresa la sicurezza e la viabilità), dove le innovazioni convivono in inspiegabile armonia con tradizioni del passato e un’anima profonda (la “mexicanidad” che Octavio Paz ha mirabilmente tentato di narrare nel suo “Il labirinto della solitudine”, per esempio) che per mia fortuna continuo a constatare ogni volta che ci torno, cioè tutti gli anni per almeno un paio di mesi.3) Il Messico è anche stato il pretesto, il collegamento, per arrivare a lavorare fianco a fianco con Gabriele Salvatores, un premio oscar. Cosa significa, concretamente?– Innanzi tutto, la realizzazione del film è stata l’occasione di vivere in amicizia ogni sua fase, e il rapporto con Gabriele, Diego Abbatantuono, Claudio Bisio, Valeria Golino, Enzo Monteleone, il produttore Maurizio Totti e gli altri è stato il risultato più bello di tutto ciò: viaggiare in lungo e in largo per il Messico con loro rimane tra i ricordi migliori, si formò una “banda” più che una troupe, un gruppo che condivideva curiosità e imprevisti, appassionamenti e preoccupazioni. Gabriele, e gli altri che ho citato, sono persone sensibili che hanno immediatamente sviluppato con i messicani rapporti schietti e rispettosi, e questo era il dettaglio che più mi stava a cuore. Poi, ovvio, il film mi ha portato una notorietà che ha permesso di trasformare una passione – scrivere – in un mestiere di cui riesco a campare (unitamente alle traduzioni dallo spagnolo, certo).

Pino Cacucci Puetro Escondido

4) Vivere di libri e di cinema parlando di Messico. Quindi donne, sesso, spiagge, sole, droghe
E’ il sogno di chiunque.
Giusto?
Immagino sia così… O la realtà è un’altra?
Che consigli hai per chi, come te, vorrebbe vivere di queste passioni: scrittura, cinema o viaggi?

– Beh, hai citato una serie di stereotipi… Sesso, spiagge e droghe si trovano in mille posti del mondo, il Messico offre molto di più: ha dato e continua a dare (malgrado l’epoca scellerata che viviamo) occasioni di vivere meno stressanti e meno frustranti, a riscoprire piccoli dettagli del quotidiano che ti fanno stare meglio, ma in molti casi ha anche respinto, cacciato via chi si credeva più sveglio e più furbo, perché guai a sottovalutare i messicani e trattarli in base a certi stereotipi… Credo che in Messico ti perdonino tutto tranne l’arroganza, e allora, la paghi cara.

 

5) Il Tocatì. Che impressione ti ha fatto questa iniziativa? E l’attività di recupero e narrazione dei giochi vecchi, meno vecchi e giovanissimi?
Quanto conta il gioco nella tua vita?

– Non vedo l’ora di viverlo “in diretta” il Tocatì, e sono molto curioso, visto che quest’anno è dedicato al Messico. Inoltre, Verona è da anni una città dove ricevo grandi soddisfazioni, per me è un ritorno tra amici, l’occasione per riabbracciarli.
Qualsiasi attività di recupero della memoria che rischia di perdersi è encomiabile, specie se si tratta di giochi, cioè di occasioni che gli esseri umani hanno inventato per “compartir”, per stare insieme, per sfidarsi giocosamente evitando dispute (è il caso della tradizione della pelota maya e azteca, un vero culto, a cui spesso si affidavano gli esiti di dispute molto più importanti del gioco in sé). Nella mia vita il gioco ha sempre contato, in varie forme. Oggi continuo ostinatamente a giocare a racchettoni (beach tennis, ma in Romagna si chiamano ancora racchettoni due contro due, se si è in tanti, allora è torneo) e lo pratico con cari amici, un buon pretesto per vederci ogni settimana e stare insieme. Poi c’è la bicicletta, anzi le 5 bici che ho a seconda dei percorsi, ma quelle sono più “solitarie”. Riguardo attività di gioco sedentarie, non amo affatto i giochi d’azzardo (magari da giovane giocavo a poker, ma tra amici e senza traumi al portafoglio…) però gioco spesso a burraco ancora adesso, dopo una gioventù irta di Risiko e altri giochi simili…

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6) Al Tocatì, inoltre, si parla di giochi in strada. Riflessioni rispetto la strada?

– La strada è una maestra di vita, sulla strada si impara a stare al mondo, camminando si incontrano persone che ti arricchiscono moralmente ed emozionalmente, per me la strada è simbolo di viaggio, esperienze e conoscenze. Ed è un peccato mortale che i bambini di oggi abbiano ben scarse occasioni di giocare in strada, dove un tempo si cresceva all’aria aperta e si socializzava. Oggi si vive la strada più come una fonte di pericoli, e mi sembra davvero un “crimine contro l’umanità” aver intasato le strade di veicoli potenzialmente assassini.
Un altro aspetto che andrebbe valutato è il gioco in strada come palestra di vita per bambini e ragazzi nel senso di tenere sotto controllo l’individualismo sfrenato che sfocia nell’egoismo: nel gioco è insita la sconfitta, senza drammi, chi ne faceva veniva deriso anche dai perdenti e apprendeva a non lagnarsi troppo (o almeno è stata questa, la mia esperienza da bambino), e il primo insegnamento è accettare la sconfitta anche per poter tentare la rivincita. Oggi, temo che prevalga una subcultura del vincente a tutti i costi, e del disprezzo per i vinti. Ne consegue una serie catastrofica di “effetti collaterali”, dall’arroganza contro i più deboli (salvo essere poi deboli con i forti per ingraziarseli, sviluppando così la viltà) fino al rifiuto assoluto dell’abbandono… E si arriva ai ragazzini che diventati uomini pestano le donne o addirittura le uccidono perché non sanno affrontare il rifiuto, l’esclusione, cioè, la sconfitta.
Non si possono semplificare certi paragoni, ma sento che in Messico sia ancora viva la cultura – o la civiltà – del gioco comunitario, possibilmente di strada o cortile (certo, nelle metropoli non è facile, ma sempre più che da noi), e in quanto alla violenza… è molto meno diffusa di quanto lascino credere le notizie terrificanti sui narcos. Poi, va detto che nelle comunità indigene l’infanzia dura poco: occorre guadagnarsi da vivere e cominciare a lavorare fin da giovanissimi, e quindi non ci sono situazioni da idealizzare, neppure il Messico è una “terra promessa”. Ma nella sua storia come nel suo presente, ci sono esempi di sconfitti che non hanno mai perso la dignità, restando integri e coerenti fino alla fine, preferendo “una fine spaventosa allo spavento senza fine” dei rassegnati e degli asserviti. Ecco, questo sì: il Messico ha sviluppato un grande rispetto, quasi mitizzato, per gli eroi sconfitti, tutti i suoi esseri umani migliori sono andati incontro alla sconfitta, e vengono ricordati per la dignità con cui l’hanno affrontata.

Salmon Lebon
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