Andrea Battistoni

Ovvero, di quando sono planato sulla musica, dall’alto.

Attraversare via XX Settembre in una tarda mattinata di aprile, per il lungo, equivale a gettarsi tra le braccia dell’umanità, di un’intera umanità riversata in strada: gli odori dei negozi di ogni etnia si mescolano con esperti bevitori di spritz fuori dai bar, shri-lankesi con due sacche della spesa per mano schivano signore con cani minuscoli al guinzaglio. È indiscutibilmente un giorno di festa: la vita è vita pubblica, dietro le mura domestiche non sembra rimanere più nulla se non il silenzio. Inutile raccontarvi che mi sono appena svegliato, e camminare in quella freschissima e stimolante umanità mi fa sentire goffo, più o meno così.

Quando mi fermo mi rassetto e suono al campanello “Andrea Battistoni”, un ragazzo che alla mia età è direttore d’orchestra in Arena, ha suonato in tutti i teatri del mondo e passa circa tre mesi all’anno a incantare il pubblico giapponese di Tokyo… “bah, io ho visto le cascate del Niagara a undici anni”, penso. Mentre salgo le scale ho già un presentimento di come andranno le cose: la casa di Andrea si sviluppa in verticale, è molto stretta, c’è un piccolo bagno e una camera da letto a un piano di scale e quello che assomiglia a un monolocale con cucina e divano al secondo. Non è però la piccolezza che conta, quanto l’altezza. Dalla strada brulicante ho fatto tantissimi gradini, ho il fiatone; dal rumore e dagli stimoli sono asceso al silenzio e alla pace.
L’ascesa non è stata solo fisica, stringo la mano ad Andrea, e inizio a vivere un pranzo in cui sono planato sul mondo, dall’alto.

L’Albatros

Baudelaire paragona il poeta ad un albatros:

Com’è goffo e maldestro, l’alato viaggiatore!

Lui, prima così bello, com’è comico e brutto!

[…]

Il poeta assomiglia al principe dei nembi,

che abita la tempesta e ride dell’arciere;

Ma esule sulla terra […]

per le ali di gigante non riesce a camminare.

sorvola le vette più alte del linguaggio umano, ma risulta inadatto alla vita quotidiana. Questa, con tutto l’amore e il rispetto possibili, è l’impressione che mi ha fatto Andrea in cucina, appena conosciuto, giustificandosi con me a ogni mossa, ripetendosi meccanicamente i gesti da fare, scusandosi per il disordine. In realtà mi vengono immediatamente offerti dei crostini alla salsa di carciofi e un bicchiere di vino bianco, “ci sai fare con me, ragazzo!”, penso, mentre guardo la stanza piena di cd, piena di sigari, piena di partiture.

Parliamo del più e del meno, mi mostra video di assurdi pasti (vivi, nel senso di animaletti vivi) fatti in Giappone, mi dice amorevolmente che

“la tovaglia sta arrivando”.

Sta arrivando con la sua ragazza, che si unirà con noi al pranzo, e che conosco molto bene ma che ha voluto rimanere nell’anonimato.

Mentre sgranocchio i crostini ai carciofi vedo verdure sul fuoco, vedo dei ceci, vedo la tavola che lentamente viene apparecchiata. Così, mentre ci sediamo a tavola, inizio a dare sfogo alla mia curiosità per una vita così simile e così lontana dalla mia: l’intervista che segue è il risultato del nostro dialogo.

Un unico avvertimento: è difficile seguire il volo di un albatros, e abbiamo volato così tanto che quasi non ho badato al cibo, l’intervista è un viaggio per il pensiero.

2 Verona e l’Arena, una storia sbagliata.

La prima vera domanda del pranzo la fanno loro, Andrea e la sua ragazza, che quasi scherzando mi rifilano immediatamente un:

“Ma quindi tu scrivi in un blog come Chiara Ferragni?”

“No, io scrivo cose noiose, questa è la differenza…”, rispondo.

“E con Andrea scriverai cose ancora più noiose allora!”,

Ma non è andata proprio così; d’ora in poi in grassetto le mie domande.

Sono rimasto un po’ fuori dall’argomento e dai drammi che sta vivendo la Fondazione Arena, che ne pensi tu?

“Guarda, nel merito della gestione Tosi dico solo che è stato quantomeno poco lungimirante, cercherei di capire invece i motivi per cui siamo arrivati a questo. La gente deve capire che se Verona è famosa è per l’Arena con l’opera dentro. Di altre arene ce ne sono tantissime nel mondo, e ci sono altrettanti posti famosi dove proporre concerti all’aperto. Ma nessuno ha il nome che ha l’Arena.

Se vogliamo tenere in piedi il turismo culturale va accettato questo fatto, non si può svendere l’Arena a qualsiasi evento. C’è appena stato Cracco, capisci? Un conto è far suonare i Pink Floyd e posso capirlo ma dal Festivalbar agli One Direction è un processo di svendita di un’istituzione.”


Capisco, sono soldi facili ed immediati. Ricordi la fila per gli One Direction? Sono singoli eventi che nulla tolgono e nulla danno alla città.

“Esatto, con quarantamila euro l’Arena la affitti per una sera. Una volta la gente andava all’opera in Arena come oggi vanno alla Scala o al Metropolitan di New York, perché bisognava andarci. Oggi la gente non ha più soldi, bisogna reinventarsi. Quest’anno il festival si farà, ma è un miracolo. Vediamo che succederà. Bisogna trovare il modo per coinvolgere la maggior parte della gente.”

Mentre parliamo il piatto inizia a riempirmisi senza che me ne accorga, e d’un tratto lo ritrovo così:

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I sapori che Andrea mi propone sono semplici ma sembrano venire da lontano, l’hummus, il pane arabo, le verdure cotte e i ceci si mischiano in un’accomodante delicatezza che mi porta distante dal centro di Verona.

“Ho comprato le cose qui in via XX Settembre”, mi confessa Andrea, “è pieno di risorse qui”.

C’è solo un problema, per me, in questa tavola: è piena zeppa di cibo e io non sarò capace di fermarmi fin quando non sarà finito tutto.

Continuiamo a parlare.

Certo, per la gente è difficile, anche io che ci ho lavorato, in Arena, faccio fatica a capire come agganciare un certo tipo di musica alla mia vita, alla mia esistenza. Mi sento quasi inadeguato, inadatto. E poi, le poche volte che sono venuto mi irritavano tutti i rumori del pubblico, mi distraevano dalla musica.

“Questo è interessante, vedi, più passa il tempo più mi accorgo di come ci siamo disabituati al fatto che l’evento dal vivo è immerso nell’imprevedibilità.

Nei concerti dell’800 accadevano cose assurde, la gente applaudiva, fermava la musica addirittura, per farla rifare all’orchestra: per molti era l’ultima occasione in vita di ascoltare qualcosa. C’era tutto un particolare gioco di parti tra pubblico e artisti.

Ora la musica che ascoltiamo è in cuffia, è musica fatta in studio, e questo ci ha fatto diventare tutti matti riguardo alla perfezione della riproducibilità e all’audio-realismo, siamo sulla strada sbagliata.

Ben venga la possibilità di ascoltare musica ovunque, ci mancherebbe, ma dobbiamo riprendere contatto con l’evento dal vivo; un direttore diceva: “non incido dischi perché non mi piace andare a letto e fare l’amore con una foto di Brigitte Bardot.”

Faccio domande cattive eh, che neanche contengono o si esauriscono in una risposta, ma visto che sei qui davanti, prima di chiederti che cosa ne pensi di Allevi, oggi che la musica pervade ogni istante delle nostre giornate, ti chiederei “perché ascoltiamo la musica?” (domanda accompagnata da queste note)

“Posso parlarti della mia esperienza, io ascolto musica per un motivo molto semplice: essa crea una risonanza emotiva di un determinato stato d’animo, nella quale posso riconoscermi e capire meglio qualcosa di me stesso guardandolo fuori di me.”

Fai in modo che la musica possa sposarsi con la tua interiorità, è un riverbero del proprio sentimento.


“Esatto, la musica racconta sempre qualcosa, è sempre simbolica; e per me è la forma simbolica di espressione dell’interiorità”.

Ecco, a proposito di questo: fin da piccolo sono stato abituato ad ascoltare musica con un testo; il suono per me doveva supportare la carica o la dolcezza di alcune determinate parole, sto parlando di De André. La musica per la mia sensibilità è nata accompagnando il testo con tutto il suo non-detto, crea un contorno a una narrazione, per questo poi sono passato ad amare l’hip-hop.

“Il confine tra linguaggio e musica è sempre labile dal momento che la musica vuole esprimere qualcosa, non è da escludere addirittura che la vibrazione del linguaggio stesso sia nata da elementi musicali che venivano prima di esso e che la musica e il linguaggio si siano separati successivamente…”

La sfida tra me e Andrea diventa accattivante, vogliamo fare la stessa cosa, capirci qualcosa dell’uomo che siamo, solo che lui lo fa attraverso la musica. Abbiamo a lungo cercato di capire il punto di aggancio tra noi, e l’abbiamo trovato nel sapore delle verdurine:

“Stra saporite?!”

“Troppo?”, chiede, in apprensione, Andrea.

“Ahah, non preoccuparti, non essere così negativo. Sono stra-saporite!”

Ma ti posso chiedere una cosa? È da sempre che me lo chiedo: quanto ci metti di tuo quando dirigi un’orchestra?

“Tutto! Oggi che tutti parlano di fedeltà al testo io chiedo al direttore di mettere il più possibile se stesso nell’opera. Quando Verdi in una partitura scrive espressivo, quanti espressivi pensi che ci siano? E 100 bpm devono essere cento cento o novantanove? Il direttore ha qualche libertà, non deve eseguire la musica di Verdi ma ricreare quello che lui e solo lui pensa che Verdi volesse intendere, è questione di onestà e amore per la musica, non di fedeltà.

Una macchina farebbe quello che c’è scritto…

“Certo, e molto bene, ma è musica? Io quando leggo un’opera nella mia testa premo play e sento come l’orchestra dovrebbe suonare, è come quando si legge che si sente la propria voce dentro di sé, ma per me funziona con i suoni. Poi, alle prove, faccio in modo che tutti ricreino quel suono che mi ero figurato.”

Intuisco, non capisco ma intuisco. Ho anche imparato a giocare a scacchi, e questa mia intuizione del tuo processo mentale è la stessa che provo quando intuisco che i grandi giocatori sappiano prevedere tutte le casualità delle cinquanta mosse successive. Provo della vertigine.

“Ho studiato molto, non sono un eroe. Poi devo far in modo che l’orchestra realizzi la mia idea. E con la maggior parte delle orchestre si lavora bene, i giapponesi sono impeccabili.”


E quanto ti odiano i musicisti?

“Cerco di non farmi odiare, funziona come il regista di un film: devo correggere di qua e di là per figurare quel che ritengo una musica sia. E tra i musicisti una battuta dice: il direttore è come il preservativo, senza è più divertente ma con è più sicuro.”

A questo punto voglio diventare cattivo davvero, Andrea: c’è l’idea che la musica d’opera, la musica colta, sia più profonda di altri generi, più complessa e intellettuale di altri generi. Al di là della complessità prettamente musicale, su cui non discuto, non sono convinto del tutto. Non trovo il motivo ultimo, il perché l’opera sia più profonda di Gigi D’Alessio. Sia chiaro, io dentro di me lo so, ma è solo dentro di me, solo legata alla mia sensibilità… vorrei averne una dimostrazione razionale.

“Guarda io lo credo perché è così per me, quel che posso dirti è che l’importante è che in chi compone, in chi scrive una canzone, ci sia l’intenzione sincera di comunicare, di mettere in vibrazione il contenuto personale con la musica. Se una canzone molto semplice mi parla d’amore in modo sincero ecco che ci credo, che scopro un primo livello d’indagine dell’amore. Dopodiché, però, ecco che la musica colta ha un livello di lettura più ampio e completo. Se non altro perché una sinfonia richiede molto tempo, il triplo dell’indagine e della partecipazione.”

Dico una cosa che mi fa vergognare, Max Pezzali è stato capace di farmi soffrire attraverso le sue canzoni molto più di quanto l’Aida potrà mai fare. Non pensi che quel che la musica è in grado di stimolare in noi non appartenga alla musica quanto piuttosto al nostro vissuto? Al nostro rapporto con essa?


“Io ho la prova su di me, e non posso far altro che consigliare il mio approccio.”

In letteratura mi viene più facile capire il passaggio. Sono più che convinto che Proust abbia calcato la verità dell’amore molto più di Fabio Volo e so anche spiegare il perché (questa non è la sede adatta, se volete ne parliamo davanti ad una birra, scrivete alla redazione di Salmon e ci incontreremo), eppure molti si emozionano con Fabio Volo. La cultura aiuta, capire il linguaggio delle cose anche, ma nella musica potrai farmi conoscere tutto quel che vuoi ma mai niente mi trasmetterà più energia di questo:

“È ovvio che la cultura aiuta – a parte che la gente deve capire che nell’opera si parla di cose concrete, puttane e spargimenti di sangue – ma al di là di questo credo che tu stia già troppo caricando la musica di significato quando mi dici così, di significato tuo, io parlo invece dell’ascolto assoluto, slegato da qualcosa, di un qualcosa che sorge totalmente interno alla musica, non collegato a nessuna esperienza. Io credo fermamente che ci sia qualcosa che parta dall’interno, che non mettiamo noi sopra o dentro la musica.”

Mentre figuro nella mia mente quale sia quel lato della musica che non viene sfiorato dall’esperienza ecco che arriva la torta, è gelata.

“è duretta?” chiede Andrea ironicamente alla sua ragazza, mentre cerca di tagliarla.

“Sembri La Spada nella Roccia”
“Artù?”

“Semola, o Anacleto”.

Quello che voglio capire, Andrea, è perché nonostante io colga la grandezza dell’opera poi non vado a vederla se non raramente. E perché sembra che tutta l’aristocrazia italiana e un certo tipo di mondo intellettuale sia appassionato all’opera, questa cosa mi insospettisce.

Ricorda che l’opera, come il jazz, non è nata in certi ambienti e per certi ambienti. Purtroppo oggi la gente non apprezza l’opera perché non è stata abituata all’ascolto, e qui chiudo il cerchio che dicevi tu, del suono a cui si è abituati sin dall’infanzia. Costa troppo andare all’opera e ci vuole troppo tempo per fruire del prodotto musicale. Io sto cercando di superare questo gap, di far toccare la quotidianità della gente con la musica colta, dare all’opera una risonanza e un legame…

Un ponte, il ponte tra me stesso e quello che sto ascoltando. Ora ci capiamo, anche se non abbiamo esaurito la questione. Ma, in definitiva, cosa ne pensi di Allevi?

Ridiamo assieme, mi offre un caffè.

“Allevi è un bravo compositore di musica pop per pianoforte ma è il mondo della musica leggera italiana che ha fatto combaciare il suo stile con l’opera, con la musica colta. Così non è, si è fatta una polemica sul nulla, ma non lo odio: è molto più bravo di quello che ha fatto impazzire il mondo a Sanremo, Ezio Bosso, lui non mi piace per niente (censura mia per amor di Andrea)”

Mi alzo da tavola, frastornato dai nostri discorsi e dalla pancia piena. Non siamo riusciti a raggiungere alcuna cima intellettuale, alcun obiettivo di pensiero, non ho risolto nulla dei miei dubbi: ma abbiamo volato alto e ci meritiamo una ricompensa.

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“Tu fumi?”, mi chiede Andrea.

“In che senso?”, chiedo, pensando a lui.

“Sigari!”,

“Ah, no, ma proviamo!”

“Ti mostro cosa posso offrirti, ho dei cubani e dei toscani, cosa preferisci?”

“Guarda, non posso non pensare a Fidel…”

Qui inizia la mia lezione di degustazione dei sigari, dove scopro che i nomi delle più grandi marche derivano dai romanzi che venivano letti alle sigaraie mentre lavoravano, i preferiti delle lavoratrici. Apriamo un “Romeo y Giulieta”.

Imparo che i sigari cubani hanno tre fasi di intensità di gusto.

“Ricordati di non s-cenerare mai”.

Finiamo il nostro pranzo così, io e Andrea, in tre.

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E il terzo non è tanto il suo ritratto, quanto tutto quello che ho imparato chiacchierando con lui e la sua semplicità, discorsi che spero aver riportato con fedeltà e fluidità. L’esperienza e il volo con un direttore d’orchestra sono stati talmente intensi che solo ora mi rendo conto di come il cibo fosse adatto: non un cibo complesso, potente, ricco di “casa-mia” come era stato con i C+C=Maxigross, ma un cibo etereo, di terre lontane, di spezie e sapori che non accolgo dentro me quotidianamente. Il cibo adatto per estraniarmi per un paio d’ore dal mondo e respirare aria di vertigine e nuova coscienza.

Così tanto, che potete immaginare quanto mi abbia fatto male tornare in macchina e sentire questo pezzo alla radio, questo pezzo che ho ballato amorevolmente con un sigaro in bocca:

RICETTA DELLO SPLENDIDO HUMMUS:

Ceci (in scatola,se lo vuoi caldo li bolli se lo vuoi freddo no),

Aglio in polvere

Cumino,

Olio buono,

Tahina (salsa di sesamo)

Mixi ed è fatto, la solidità la vedo facendo di solito

Per hummus, in particolare, un giro d’olio e limone in superficie prima di servire.

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