Una rubrica sui libri, davvero? Una piccola promessa e una sincera premessa

Lo scrittore (ma vale per tutta la catena alimentare fino all’ultimo e infimo scribacchino) deve fare un patto con i suoi lettori. La regola aurea di qualsiasi corso di scrittura creativa, diciamo terza slide dopo “Cos’è la scrittura creativa”.

Quindi, un patto lo facciamo anche noi. Queste non sono recensioni. Sono cose belle, alcune bellissime, altre disperate che certe pagine hanno saputo trattenere meglio di altre.

I libri capitano. Questa è la grande verità che già vi sta facendo accartocciare le sopracciglia. E arrivano, il più delle volte non richiesti, come una specie di amore.

Quindi, bando alle ciance, ed ecco quello che non avete chiesto. Ovvero, un libro sui salmoni

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La prelibatezza: “Mio Salmone Domestico” di Emmanuela Carbé (che, per dire, è pure veronese) (2013, Laterza)

Pagine: Pochine. 116+ “Tavole per esercitazioni a casa” (disegnate “sulle peggiori carrozze di Trenitalia” dall’autrice stessa)

Tempo di masticazione: 2 sere (oppure 2 pause pranzo e mezzo oppure un sabato di pioggia senza Netflix)

Da provare: Quando finisce un amore. E si sta male. Ma anche quando si scambia un nuovo inizio per un precipizio.

Sapore: Salato di perfetta ironia, aspro in alcuni punti con durezza. Dolcissimo, però. Assomiglia al tamarindo.

Umami: Pagine 105-106

Assaggi: 

  1. “Mio salmone domestico c’è sempre una crisi. ha passato ultimi mesi che pareva una burla. Prima si conficca un vetro sotto il piede poi centodiciotto poi tonsillite acuta maggio dico maggio poi compra mocassini timberland che gli creano bolle enormi che gli creano stati confusionali che gli creano nevrosi io gli ho detto ti manca che parli ai lupi e alle zanzare e ti fanno beato”.

 

  1. “Allora, gli dico, prendi un oggetto qualsiasi, tipo questo sasso, e gli metto un sasso accanto, e poi gli dico, fallo diventare il bisogno della tua vita, forse starai meglio.”

 

Sentite già uno sfregolio allo stomaco? 

 

1-2

 

Anche noi l’abbiamo sentito questo appetito silenzioso. Perché abbiamo deciso di assecondarlo?

Il titolo non è stato determinante (un po’ sì, dai). Il salmone in questione è Crodo, coinquilino imprevisto e dispotico di una ragazza che soffre di “claustrofobia urbana” e si ricorda “cose molto precise e piccole, ma le cose giganti sono distratta, le perdo”. Insomma, è la storia di un’amicizia comica e sofferente. Vissuta nella quarta fila dei cinema, con le forbici in mano a ritagliarsi affetti. Come compagnia, una marea di oggetti che prendono vita. Pesci pinzatrice, polpi “cattivissimi”, il poster di Eleonora Duse che “salmone domestico se ne è invaghito. Ma Duse sembra interessata a Sagomadigattuso”( che è, per dire, un cartoncino disegnato). A volte si punzecchiano, altre si rendono reciprocamente la vita impossibile, perché, sempre reciprocamente, si dicono la verità. Lui, in sostanza, affronta con lei lo strazio quotidiano di ritrovarsi soli dopo una fine.

 

(Tentate) note tecniche:

Il linguaggio è irregolare, a tratti quasi accidentato, che insegue la fatica dei passi dei due. E che pian piano si risolve e trova la via della chiarezza sintattica e narrativa. L’autrice prende in giro a turno: Crodo, la ragazza e te, lettore, che affoghi in frasi senza punteggiatura e tenti di prendere aria alla fine di periodi strani e avvolgenti. Finché lei, la ragazza, riesce a ritornare alla sorgente; non le servono più le parole degli altri. E tutte quelle del salmone, sagoma sfaccettata della sua fragilità. Sembra aver trovato la sua sintassi, ed è, forse, per il momento pronta a fare sua la difficile sfida di ogni cambiamento che si rispetti, “mai dritto e sempre dritto ad ali incerte”. C’è Calvino, dicono i migliori tipo qualcuno de La Stampa.  Quelli di minima&moralia nelle frasi spezzate e negli “attentati sintattici” della Carbé dicono di aver trovato la frammentazione, la dispersione che oggi ci tocca in sorte (come il pianista americano Keith Jarrett che scriveva pezzi sbriciolati, perché “la nostra epoca non si merita più le melodie”). Se vi piace, potete infilare anche quelle cose liquide di cui va parlando pure Bauman, da un po’.

 

Illustrazioni tratte dalle "Tavole per esercitazioni a casa". disegnate dall'autrice - come si diceva - sulle peggiori carrozze di Trenitalia con l'Ipad e quei programmi di grafica che tanto vi deliziano
Illustrazioni tratte dalle “Tavole per esercitazioni a casa” disegnate dall’autrice – come si diceva – sulle peggiori carrozze di Trenitalia con l’Ipad e quei programmi di grafica che tanto vi deliziano

 

Una specie di morale (snobbate, se credete)

L’assenza si nutre di oggetti, di cose, di calzini dimenticati nei cassetti. E loro, le robe, che silenti assistono ai nostri diletti e ai nostri massacri, diventano anche, qualche volta, le protagoniste di una tentata rinascita. Nominarle, in questo libro che è “un diario di figure”, secondo gli esperti, è l’unica via per stare tra di loro anche quando ci tradiscono. L’esperienza punge in faccia è c’è il tremendo bisogno di chiudere le imposte, le finestre e tutto l’ambaradan. Ma guardare il mondo dietro a un vetro chiede il conto ad un certo punto. E puoi stare nel mare, certo, ma se non ti azzardi a uscire dal tuo dentro, dalla tua boccia, mica la senti sulla faccia la trasparenza. Quello di non provare mai è “un modo, tuttavia, struggente di stare al mondo”, per dirla come sola riesce a dirla la Carbé. E chi di noi non ha mai ingaggiato una battaglia per procura con se stesso? Chi è riuscito, davvero, a perdonarsi dopo una fine? Siamo spezzettati sempre, ma a volte ancora di più. Come la ragazza infranta, regina di questo volumetto, che si sforza, tra tic linguistici, manie elencatorie e fobie da ritagliare, di riappiccicarsi i pezzi sfilacciati di ciò che è stata e del futuro che aveva immaginato. E, piano, dice a quelli di noi che ancora stanno chiusi nei ricordi, che si può fare. Che mettere la testa fuori è un azzardo che si può fare.

 

Salmonita

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