La penultima data del tour di Dente è stata particolarmente importante. È stata particolarmente importante perché era a Verona, grazie a Emporio Malkovich che ha organizzato l’ormai consueto concerto prima di Natale.

Se l’anno scorso sono venuti i Verdena con la loro aggressività sperimentale e la malinconia acida, quest’anno era tutto più in sordina. Giuseppe Peveri, in arte Dente, contamina l’ambiente circostante con leggerezza infantile e delicata autoironia: le stesse con cui spara coriandoli da una pistolina giocattolo su Noi e il mattino o con cui chiama il suo sito www.amodente.com. E le stesse che si trasformano in magia durante Coniugati passeggiare.

Dente con i Plastic Made Sofa al Pika Club
Dente con i Plastic Made Sofa al Pika Club

Nonostante le spinte rock dei Plastic Made Sofa, band di accompagnamento, al Pika Club il cantautore di Fidenza ha mantenuto la sua allure, con un repertorio di brani tratti dai vari album. Cosa sia questa simpatica allure un po’ anni ’50 e ’60 non è facile a dirsi senza vedersi. Per questo, abbiamo pensato di fargli qualche domanda.

 

Hai appena terminato il tour per promuovere l’ultimo album: un bilancio? Sei soddisfatto?

Sì, sono molto contento e molto positivo, stranamente… di solito non sono una persona positiva. Ci sarà una seconda parte del tour nel 2017, ma intanto ho ritrovato delle belle energie, che non provavo da un po’, perché ero fermo da un po’ di tempo. Il desiderio di uscire di nuovo, di suonare di nuovo c’era, e l’ho colmato abbastanza bene.

L’album sta andando bene (il vinile era al secondo posto delle vendite secondo FIMI)… si intitola Canzoni per metà: cosa significa?

È una frase a doppio senso: significa sia canzoni scritte per delle metà sia canzoni a metà, o meglio, che possono sembrare lasciate a metà. Cosa che non sono perché, quando hai detto quello che volevi dire, possono anche finire lì.

Dopo aver lavorato per un periodo con le major, hai pubblicato Canzoni per metà con la tua etichetta, Pastiglie: come mai questa scelta?

Volevo provare cosa vuol dire avere un’etichetta e poi volevo velocizzare tante decisioni: se tu sei la tua stessa etichetta per decidere ti bastano pochi secondi. Se invece è un’etichetta esterna bisogna aspettare, avere il consenso di questo, di quell’altro, quello telefona a quello che manda una mail in America che torna indietro con la nave: ci si mette un po’ più di tempo. Invece così si velocizzano tante cose.

L’album esordisce con Canzoncina, dove dici chiaro e tondo: «I cantautori non vendono più»… una frase per certi versi poco incoraggiante. Cosa consiglieresti tu ai giovani cantautori?

Si sa che i dischi non vendono più… È una realtà: la musica oggi si ascolta in modo diverso e il disco sarà inteso sempre più come gadget, come oggetto da avere. Mi sembra stupido andare contro questa tendenza. Quello che io consiglio e ho sempre consigliato è di farsi ascoltare in tutti i modi, suonando dal vivo soprattutto, senza farsi troppi problemi su dove come e per quanto si suona. Se uno vuole suonare e vuole farsi sentire, lo fa a qualsiasi cifra, in qualsiasi posto, a qualsiasi condizione. E poi un’altra cosa che dico e che non dice mai nessuno, ma che mi piace dire perché è non si dice mai, è che se la cosa non funziona dopo svariati tentativi, bisogna farsi delle domande.

E abbandonare?

Insomma, ci sono alcuni che vengono da me dicendomi: «Sono dieci, quindici anni che propongo la mia musica, la faccio sentire, suono, giro, ma non è successo niente». Probabilmente la musica che proponi non funziona, o non piace, molto semplicemente… Questa cosa non la mette mai in conto nessuno, ognuno si sente di fare la cosa più bella del mondo.

Scrivi e canti da sempre in italiano: è stata una scelta o ti viene in modo naturale?

Mi viene in modo naturale… è la mia lingua, mi piace molto e mi esprimo attraverso questa lingua. Esprimermi in un’altra lingua come l’inglese, per quanto poco la possa sapere e comprendere, quindi non avendo una padronanza così alta, mi è sempre sembrata una sciocchezza, un po’ senza senso. Io mi esprimo in italiano, è la mia lingua.

Dente al Pika Club
Dente al Pika Club

Chi c’è fra le tue influenze musicali?

Fin da ragazzino, ho ascoltato sempre tantissima musica: mi sono innamorato della musica ascoltandola. Le primissime cose che ascoltavo erano “indotte”, diciamo, quelle che non scegli, che ascolti perché le ascoltano in casa ed era la musica italiana degli anni ’60. I miei genitori avevano vent’anni negli anni ’60 e hanno continuato per tutta la vita ad ascoltare la musica degli anni ’60. Da lì mi sono innamorato di Lucio Battisti, ho cominciato a comprarmi le sue cassettine ed è iniziato il mio viaggio nella musica. Poi da ragazzo ho ascoltato tantissime cose che venivano dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra… La musica del passato è quella che più mi piace e forse si sente che ricerco in quella culla: le cose che si facevano una volta esercitano un fascino non indifferente su di me. In particolare, la musica degli anni ’60 per me ha una magia irripetibile.

Quando hai cominciato a scrivere le prime canzoni?

Da molto giovane, da ragazzino. Ho cominciato a scrivere delle poesiole: non suonavo all’inizio, ho iniziato a suonare la chitarra a vent’anni. Scrivevo queste cosine qui, e alcune sono diventate poi delle canzoncine quando ho preso in mano la chitarra. Ho sempre usato la musica per esprimere quello che volevo dire… Non sono mai stato un chitarrista da spiaggia, non conosco le canzoni degli altri. Ho solo utilizzato il mezzo per poter cantare quello che avevo scritto.

Quando scrivi parti dalle parole o dalla musica? Se c’è una regola…

Non c’è una regola. A volte di qua, a volte di là. Spesso contemporaneamente.

Dato che il nostro magazine si chiama Salmon ci ha colpito molto l’immagine del disco. È stato probabilmente per pensare a noi… 

Sicuramente.

Come l’hai trovata?

È un’opera di un artista argentino, Federico Alfonso: l’ho vista su internet e l’ho contattato. Mi piaceva molto l’idea del collage perché il disco è un po’ un collage, dato che l’ho suonato tutto da solo e ho incollato le varie parti insieme. Quindi, partendo dall’idea del collage, questo in particolare mi è piaciuto molto, perché va contro la natura, contro la natura mitologica addirittura: è una sirena al contrario, con la faccia da pesce e il corpo da donna. Come la donna pesce al contrario, il mio disco è un po’ una cosa che va da un’altra parte rispetto a quello che ci si aspetterebbe.

Canzoni per metà, Dente
La copertina di Canzoni per metà, uscito lo scorso ottobre

 

Giò Girardi in Salmon

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