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Libri che non sapevi di volere

Impigliare gli occhi nelle righe di un romanzo, alla sera di un martedì difficile, sta, nella lista delle cose che si potrebbero fare, appena sopra all’uscita serale per buttare l’umido con il manto stradale affetto da gelicidio. Ma affrontare la lettura è un po’ come lavarsi i denti prima di andare a letto. Lo devi fare – non hai voglia – lo fai – sei felice (nel caso dei denti, è una modesta felicità, okay). Leggere è sempre tempo rubato, non si scappa. Però, ecco, una volta al mese, possiamo derubarci con criterio.

 

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Main dish: “Le otto montagne” di Paolo Cognetti (2016, Einaudi)

Pagine: una sciocchezza: 208

Tempo di masticazione: due settimane, sul comodino con matita per sottolineare

Da provare: quando serve un atto poetico e si ha bisogno di mandare a quel paese i retropensieri. Quando, in definitiva, si va in cerca di purezza

Al posto di: con buona pace di Mauro Corona, uno a caso dei suoi libri

Indicato per: chi crede che la montagna sia una faccenda privata

 Sapore: panino al salame, premio di una camminata. Più salame che pane.

 Umami: Pagine 127, 135, 140

 Assaggi:

 

1 – Avevo già imparato un fatto a cui mio padre non si era mai rassegnato e cioè che è impossibile trasmettere a chi è rimasto a casa quel che si prova lassù.

 2 – Mi tornò in mente una certa fragilità che avevo intravisto in lui, certi attimi di smarrimento che subito si affrettava a nascondere. Quando mi sporgevo da una roccia e gli veniva d’istinto di afferrarmi per la cintura dei pantaloni. Quando stavo male sul ghiacciaio e si agitava più lui di me. Mi dissi che forse quest’altro padre l’avevo avuto sempre lì e non me n’ero mai accorto, per quanto era ingombrante il primo, e cominciai a pensare che in futuro avrei dovuto, o potuto, fare un altro tentativo con lu

3- La neve lassù mi consolò delle miserie del fondovalle.

4- E siete voi di città che la chiamate natura. E’ così astratta nella vostra testa che è astratto pure il nome. Noi qui diciamo diciamo bosco, pascolo, torrente, roccia cose che puoi indicare con un dito. Cose che puoi usare.

 

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Perché:

Andiamo con ordine. 1) Ne parlano tutti (quelli che più o meno contano: il Corriere della Sera, La Stampa, Panorama), 2) chi non ama la montagna si perde uno dei capolavori più riusciti del Creatore, 3) l’autore (oltre ad essere un giovane e discreto manzo, vedi foto) è uno scrittore sincero.

 

Discreto, dai. (Paolo Cognetti vive e scrive da otto anni nella baita sopra Brusson, in Valle d’Aosta, per questo è sincero)
Discreto, dai. (Paolo Cognetti vive e scrive da otto anni nella baita sopra Brusson, in Valle d’Aosta, per questo è sincero)

Non stiamo parlando de Le otto montagne perché è un caso letterario (davvero), visto che prima di uscire in Italia, alla Fiera di Francoforte quasi 30 Paesi se lo sono conteso (Elena Ferrante, il mostro sacro della letteratura italiana venduta all’estero, è tradotta in 44 Stati, per fare le dovute proporzioni). Rilassatevi, non è un libro sulla cosmogonia del passeggiare intriso della modaiola retorica da tagliere con polenta. “Due amici e una montagna”, questo il romanzo di Cognetti nella sintesi più corretta, ovvero la sua. In sostanza, l’amicizia tra Pietro (piccola borghesia milanese) e Bruno (proletariato montanaro, fa ridere come definizione, lo sappiamo) ai piedi del Monte Rosa. In mezzo anche un padre di quelli che si vedono sempre meno oggi, bruschi, tutti d’un pezzo, capaci di grandi dolcezze. Lui che va in montagna per mantenere quel suo “rapporto privato e muto con la fatica”. E probabilmente, per esercitare il silenzio, condanna dei sensibili.

 

Tentate (capo dei salmoni dice che devo essere convinta della mia autorevolezza) note tecniche:

C’è esattezza. Ovunque. La ricerca pura della parola giusta. Non c’è scrittura che si atteggia a scrittura e ogni idealizzazione “dell’avventura comoda” di salire lassù è, anche lessicalmente, sabotata. Fatevi un giro sul web e tutti vi diranno che è questo romanzo è un classico. Può essere di sì, può essere di no. Ma non possiamo tacervi che è un autentico racconto di formazione alle Stevenson, con una spruzzata di Twain, abbastanza London e un Hemingway sotterraneo e deciso.

 

 

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Hemingway, se non ve lo ricordavate

 

 Una specie di morale

Sono belli i contorni cantava Gianmaria Testa. Sono belle le linee che le montagne scavano nel cielo. Eppure quanto sono dolorose le loro creste dove si conoscono e si perdono amici. Tutto quello che ha contato per Pietro si è consumato lì, in quei limiti che fermano le nuvole. Ha visto i genitori amarsi, mentre il marito spiegava alla moglie, dopo una giornata lontani, il colore dei ghiacciai. Ha imparato il silenzio segreto dell’amicizia che è anche stare dietro a Bruno che lo guida dove non c’è il sentiero. Ma Pietro, incerto autoritratto di Cognetti, si scopre adulto quel giorno, quando trova per caso, nella casa di montagna, la mappa del padre, “una cartina dei nostri mondi raggiunti”, e nell’intreccio del pennarello nero (i percorsi del padre) e quelli segnati in rosso (i sentieri del figlio) ci fa leggere il cammino di un affetto mai dichiarato, e, per questo, onesto. Perché, forse, siamo pronti all’amore solo quando gli altri se ne vanno. Perché finisce l’infanzia, mi direte. Eppure, in fondo, come scrive un’altra piccola grande penna italiana (Nadia Terranova), “i grandi non sono che bambini sopravvissuti”.

Salmonita

 

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