“Bianco e noir”, Verona: una serie di racconti a puntate. Dagherrotipi e litografie,
vecchie foto in bianco e nero: ovviamente Verona, due secoli fa.
Ogni foto nasconde un mistero: l’ispettore Mastino Giusti è il protagonista.
Il Cafè Noir è la sua base, la grappa e le api le sue passioni.
Di più non posso svelare, questo è il primo episodio.

 

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Verona, gennaio 1882

La donna è stesa a terra.
Gli occhi sbarrati, la bocca spalancata. Mi accuccio e seguo con le dita i solchi profondi che le segnano il collo. Nella stanza il silenzio viene interrotto dai singhiozzi dell’uomo che seduto a capotavola, si tiene il volto tra le mani.
Mi alzo e mi avvicino all’assassino. Puzza di alcool, il suo fiato è distilleria e la bottiglia di vino sul tavolo lo accusa senza appello.

Le bimbe piangono in un angolo.
Sono due angeli biondi, tristi e sporchi. La nonna le tiene per mano e mi guarda: due occhi duri che sanno di inedia, disperazione e povertà. Suo marito è sulla porta: fermo, con i pugni serrati dalle nocche sbiancate.
E’ stato lui a chiamarmi, ci conosciamo da tempo. Mi ha visto crescere, nel giardino di Villa Giusti si trattava la lana e lui era uno dei migliori. Tanto che un giorno ci lasciò per un suo mulino lungo il fiume. Una sua attività, la sua conceria.

Gli austriaci se ne sono andati da poco.
A calci in culo.
La polizia è cosa nuova, i càna sono guardati ancora con sospetto: non si capisce quale sia la loro autorità. Quando penso all’ispettore Martini e al suo fido Marogna non la capisco nemmeno io. Di quest’ultimo salvo i suoi ceffoni simili a badilate e le bestemmie che articolano le sue raffinate conversazioni. Dell’ispettore non salvo nulla; a meno che l’inutilità non abbia un valore.

A Verona mi conoscono.
Investigatore dal cuore duro, dicono. I sentimenti infatti non mi appartengono, li ho persi in battaglia insieme a buona parte della gamba destra. Chiamano il Mastino perché gli basta un attimo per riconoscere il colpevole e perché lascia che la giustizia segua il suo corso: occhio per occhio, dente per dente.
Poi, tutti a casa propria.

La nonna se ne va con le due bimbe.
Nessuno saluta l’uomo che ancora piange seduto in fondo alla stanza. Il padre della donna uccisa mi guarda, attende un mio cenno di assenso. Tiro fuori il tabacco, preparo una sigaretta e metto in bocca una liquirizia. Sbuffo il fumo dalle narici e lo osservo salire verso il soffitto. Lo sguardo poi, passa dal cadavere al marito che attende la sua punizione, dal nonno che non vede l’ora di dargliela all’Adige che segue il suo corso. Lo stesso che deve avere questa maledetta vicenda.
Faccio un cenno con la testa.
Questo caso è già risolto e la legge del taglione sta per essere applicata.
Così esco e attendo che tutto sia finito.

L’urlo giunge soffocato.
Un triste epilogo di cui tutti ne eravamo a conoscenza.
Il rumore dei vetri in frantumi anticipa quello del tonfo del corpo nell’acqua. Lo vedo galleggiare solo un attimo, il rosso del sangue tinge le correnti che inesorabili lo portano sotto, a far compagnia ai pesci.

– Ti sei ferito – sussurro al padre che è appena uscito di casa.
Nella sua mano intravedo quello che resta della bottiglia.
– Giustizia è fatta – mi risponde mentre le prime lacrime gli solcano il viso.
Sono lacrime di dolore, amare. La responsabilità di quei due angeli sporchi, l’indigenza dietro l’angolo, una figlia morta ammazzata e un genero ucciso per vendetta.

– Non importa quanto in fondo sei sceso – lo conforto – Se resti vivo, prima o dopo torni a galla.

La sera sta calando sulla città.
Nell’anima sento un tormento difficile da spiegare. Le immagini della giornata si sovrappongono in un caleidoscopio di miseria e violenza.
Si gela.
Semplicemente.

Rientro alla villa.
Del grande giardino non scorgo nulla, l’oscurità avvolge tutto.
Anche le mie api riposano aspettando tempi migliori.
Li attendo anch’io, con un bicchiere di grappa in mano.

 

 

 

biancoenoir

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