Il nostro primo articolo lo trovate qui.

La risposta di Francesco, volontario di Interzona, la trovate qui.


Caro Francesco e caro Giorgio.

Intanto vi ringraziamo per aver onorato il nostro salmon responsoriale con una risposta così educata, sensata ed equilibrata. Ed è stupendo che finalmente sia partita una scintilla.

Il mio ragionamento è di una semplicità quasi banale.

A fronte di un periodo storico che per mille ragioni è difficilissimo, vedi amministrazione poco sensibile a certe tematiche e congiuntura economica poco felice, le alternative sono almeno 4.

  1. se si è estremamente ricchi, o si gode di una situazione contingente estrememante fortunata (Es.affitto 0 che comunque può non essere abbastanza), si può continuare a fare le cose che si vogliono fare in una condizione di privilegio assoluto, indipendentemente da tutto e tutti.
  2. mollare tutto perchè è da masochisti
  3. fare le commercialate totali
  4. la via più difficile. Fare ricerca artistica e divulgazione di messaggi culturali “differenti” perché ci si crede.

Nel contesto che abbiamo già descritto, quest’ultima via, può risultare un’impresa titanica. I margini di errore sono ridotti al minimo:

Ad esempio, non si può prescindere dal supporto del pubblico che deve sempre esserci in massa e anche consumare al bar…. La qualità artistica dev’esser alta ma abbordabile.. etc etc.

questo tipo di soluzione, secondo me, implica necessariamente il passaggio ad un modo di vedere le cose che è diverso, che vede nelle diverse professionalità e competenze un’occasione e non un limite: ad esempio, nella pianificazione, nel marketing, nella comunicazione… delle opportunità e non degli ostacoli.

La letteratura in materia è già piena di testi e manuali al riguardo. Termini come “impresa sociale”, “innovazione sociale” e “imprese ibride” (leggi, tra gli altri, Flaviano Zandonai e Paolo Venturi) sono già di uso comune e sono già stati sdoganati anche dalle istituzioni.

Perché?

Perché sono i tempi a richiederlo. Tanto è vero che c’è un grave impoverimento, quanto però anche un’opportunità potente. Basata, per esempio, sul merito e non più sul privilegio. È una rivoluzione che va assecondata, capita e alla quale non ci si può opporre. Un modo di vedere le cose in cui il volontariato può rimanere ancora un grande valore e un pilastro importante, ma si “sporca” le mani e dialoga con grandi competenze e argomenti che appartengono “tradizionalmente” ad altri mondi.

Va da sé che Francesco ha ragione: dipende proprio dagli obiettivi. Proprio nel caso di realtà come Interzona, è evidente che gli obiettivi debbano essere ambiziosi. Non può essere altrimenti. È quasi una responsabilità.

Quindi, meglio un’associazione che chiude dopo un periodo di minore attività, di minore affluenza di pubblico a causa dell’insostenibilità economica abbandonando i nobili obiettivi o un sano pragmatismo, con un piano di più ampie vedute, a fronte di un riconoscimento economico di tutti e di un ascolto e una partecipazione più reale del pubblico che garantisce una maggior longevità del progetto?

Ammetto che non sia facile. Zero. È difficilissimo trovare quell’equilibrio. Mille variabili, mille regole, TONNellate di tasse e imprevisti ma io propendo per la seconda,

È un’opinione, quindi soggettiva e con la quale si può non essere d’accordo.

Lunga vita al Kroen e a Interzona che tengono duro, sempre.

Salmon Lebon

“per ulteriori scambi: redazione@salmonmagazine.com”

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