Libri che ti servivano, e neanche lo sapevi
Leggere, se vogliamo, è l’ultimo atto intimo che ci è rimasto. È pure tempo rubato, va bene. E allora, via, una volta al mese, derubiamoci.

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Main dish: “Le nostre anime di notte” di Kent Haruf (2017, NN Editore)

Pagine: non abbastanza: 166

Tempo di masticazione: una domenica mattina, di quelle lente che non si fanno iniziare

Da provare: sempre, perché la complicità se non si vive, almeno si deve leggere

Indicato per: chi, tra le parole, crede un po’ di più a quelle dette sottovoce

Sapore: la marmellata ancora da assaggiare

Umami: Pagine 85, 86

Assaggi:

1. Non puoi aggiustare tutto , non ti pare? disse Louis.
Ci proviamo sempre. Ma non ci riusciamo.

2. Voglio sapere cosa pensi.
Di cosa?
Del fatto di stare qui. Che effetto ti fa adesso. Passare la notte qui.
Ormai riesco ad accettarlo. Mi sembra una cosa normale.
Normale e basta?
Sto cercando di spassarmela un po’ con te.
Lo so. Dimmi la verità.
La verità è che mi piace. Mi piace molto. Se non lo facessimo, mi mancherebbe.

3. Avrei voluto essere un poeta. A parte Diane, penso che nessuno l’abbia mai saputo.
[…] E poi cos’è successo?
Mi stai chiedendo perché non ho proseguito?
A quanto pare, ti interessa ancora.

Perché:

Louis e Addie hanno reso una questione di spazzolini e pigiami qualcosa di simile ad una mitologia. Spiegata in soldoni, sono due vedovi, settantenni, lui ha perso Diane, lei ha perso Carl. Vivono vicini, decidono di dormire insieme, “per parlare prima di addormentarsi”. Lui all’inizio si porta dietro un sacchetto con il pigiama infilato dentro. Poi smette di sprecare buste di plastica, e decide che chiacchierare nella penombra con lei è la cosa più bella che gli sia mai capitata. “Io mi sto comportando bene. Sto facendo ciò che desidero senza fare del male a nessuno. E spero che sia così anche per te”. Il tutto è ambientato a Holt , il luogo “più vero del vero”, come ha detto qualcuno. Eppure, Haruf se l’è inventato.
Ma non vengono dalla sua fantasia quei dialoghi sottovoce, nel letto, per mano. “Eravamo noi” dice Cathy, la moglie di Kent ( Repubblica). Quella che cita nella dedica e pure nei ringraziamenti dell’ultimo romanzo. Haruf scrive “Le nostre anime di notte” con urgenza, perché sa che sarà il testamento di tutto. “Potrebbe scrivere un libro su di noi. Ti piacerebbe? Non mi va di finire in un libro, rispose Louis”. Fregandosene del consenso dei suoi personaggi, lo scrittore malato e anziano. prima di “andare di sopra”, ha continuato a parlare a Cathy, con un filo di voce.

Addie disse, ti disturbo?
No sono appena venuto di sopra.
Ecco, pensavo a te. Avevo semplicemente una gran voglia di parlarti.

 

1_Bed-In_for_Peace_Amsterdam_1969
Bed-in for Peace, John Lennon und Yoko Ono, 20th March 1969

 

 

Note tecniche o lì in giro:

Haruf è una sintesi spiazzante. Chi arriva dalla Trilogia della Pianura dirà: “Grazie mille, Salmonita, non si sapeva”. Ma chi per la prima volta capita tra le pagine dello scrittore americano morto nel 2014, lo dica, per favore, a voce alta, che la sua prosa è asciutta in maniera estenuante. Hemingway, Carver hanno forgiato la sua ansia di precisione. Arriva alla fine della frase senza aver sprecato aggettivi. Basta la vita, raccontata com’è, regno di grandi bellezze e tristezze, ad aggiungere gli avverbi che mancano. Lui ti dice che in campeggio mangiano: hot dog, fagioli in scatola, qualche carota cruda, patatine, marshmallow, pancakes, uova con il bacon, panini al fomaggio e mele. Lascia all’esistenza dolorante di Louis, di Addie e del nipotino Jamie il compito di farti leggere il resto. Ti commuovi, così, alla fine di un paragrafo. Perché la vita ti uccide i figli, ma poi ti permette di arrivare alla fine con qualcuno che accoglie le tue mani screpolate da anni di carezze dimenticate. Lo scrittore Marco Missiroli parla del “dio timido di Haruf” che avvolge tutti noi “minuscoli e sensibili” in quella salvezza, non trascendentale ma così umana della cura. Per dire, è il libro più letto in Italia nell’ultimo mese (qui le vicende editoriali) . Ed è un libro su due anziani che decidono di addormentarsi l’uno con la voce dell’altro.

 

Una specie di morale

Tutti abbiamo dormito, almeno una volta, in maniera indimenticabile. Quella notte naturale che sembra sgorgata dalla necessità. “Voglio dormire con te”, non è forse l’inizio di ogni tenerezza? È, anche, certo, il rischio della permanenza, del rimanere. Del tuo spazzolino che forse non è il caso di lasciare nel suo bicchiere Ikea, perché poi “oh, ma questa si è stabilita”. Al netto del sesso, è il letto il luogo speciale dove l’altro ci confida la sua fragilità. Al buio, a volte, le parole escono meglio. E con loro il lungo elenco dei nostri personali paradossi.
Quando è morto di Aids l’amore della sua vita, l’artista cubano Félix Gonzalez – Torres ha acquistato uno spazio pubblicitario a New York. Ci ha messo una foto: un letto con due cuscini ancora fermi a quando sopra riposavano delle teste addormentate. Ha celebrato il suo addio a Ross, così, dalla stanza dove si erano capiti.

Salmonita

 

3_Gonzalez-Torres
Felix Gonzalez-Torres, Untitled (Billboard of an Empty Bed), 1991
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