Alban Fùam, in gaelico: festa di luce e suono.

Se siete mai stati in Irlanda, se avete mai imparato ad amare questa terra, capirete perché intervistare finalmente gli Alban Fùam sapeva riempirmi di una gioia paragonabile soltanto all’azzurro del cielo di quella fredda domenica invernale.

E voi, sapete tutto dell’Irlanda, no? È grande meno del doppio della Pianura Padana, conosciuta per lo più per la birra più famosa del mondo, la Guinness; ha colori che i nostri occhi non sono più abituati a vedere e della gente che è stata capace di sopportare una millenaria storia di repressioni e carestie. L’Irlanda è piccola ma ha orizzonti grandi, è un’isola ma conserva tutto il male e la bellezza del mondo. L’Irlanda ha esportato l’immaginario celtico e gotico in tutto il mondo, storie e fiabe di tutti quei paesaggi che consideriamo “incantati”, ma che lì esistono davvero. L’Irlanda ha una lingua tutta sua, ancora viva e capace di far risuonare tra la Dublino di LinkedIn, Google e eBay gli stessi suoni che uscivano dalla bocca di principi e guerrieri. L’Irlanda – madre di Joyce e Beckett, ma anche di Bono, a conferma che ogni epoca ha gli eroi che si merita -, conserva ancora l’eco delle bombe dell’ultima grande lotta tra cattolici e protestanti, tra i papisti e l’Inghilterra, tra – ancora – gli inglesi e i popoli da essi soggiogati.

L’essenza dell’Irlanda passa dall’oceano, dalle scogliere, dalle brughiere e, infine, dai pub. Più dei bar, più dei circoli, più delle osterie e le bocciofile…i pub – che tutti noi amiamo per l’ambiente folkloristico, per il legno e per l’odore di whisky – sono il cardine del filo immaginario su cui oscilla la storia di quest’isola. Dalle bombe, ai momenti di festa, dalle assemblee cittadine dei ribelli, ai primi tribunali appena accennati, i pub racchiudono tutto il male e il bene di questa terra. Ma soprattutto, i pub racchiudono la musica irlandese.

Una musica che attraversa le epoche e tutto quello che ho appena descritto, che parte dal 600, passa attraverso i canti di lotta e finisce sulla scena pop internazionale, senza tradire mai l’origine di antichissime ballate

In tutto questo, una mattina d’inverno, mi ritrovo a casa degli Alban Fùam, cinque ragazzi di San Giovanni Lupatoto che di tutta questa tradizione sono portatori e promotori: eredi veronesi figli del lato più entusiasmante della globalizzazione, che potremo chiamare multiculturalità.

La casa dove mi accolgono è una tipica villetta di provincia, che nulla ha a che fare con il legno e la struttura dei pub. Gli unici elementi estranianti sono una serie di strani strumenti sparsi sul divano del salone, strumenti così fuori luogo da sembrare esposti in un museo.

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Mi giro e vado verso la cucina, dove sta bollendo una padella con un risotto dentro (in queste mie interviste ho mangiato principalmente risotti, tutti buonissimi e tutti diversi).

“Buono! Cos’è?”

“Risotto con le zucchine…ma alla Guinness”, culture che si mischiano, dicevamo…

Alcuni membri degli Alban Fùam assomigliano effettivamente a degli irlandesi, mi siedo a tavola con l’intento di scoprire quale sia il legame profondo tra l’Irlanda e questi cinque, stranissimi, veronesi.

“Ale! Speta, porta la Guinness! Prendi la birra, portala qua…Salmon quindi, però non mangiate il salmòn, strano che nessuno abbia mai pensato!”, l’intervista per i primi dieci minuti la fanno loro.

Poi cerco di capire da dove vengono e dove stiano andando. In grassetto le mie domande.

“Prima di parlare del passato, parliamo del futuro, avete album in canna?”

“A brevissimo! A fine mese ci sarà il release party del nostro nuovo album, il 31 marzo a Casa Novarini, ci sarà un evento ad ingresso limitato.”

“Ma sarà un disco di cover come gli altri?”

“Qui la questione è complessa, non sono cover: sono canzoni tradizionali arrangiate nuovamente da noi. La base delle canzoni è una riproposizione di sonate e ritmi popolari molto antichi.

“Funziona come con gli standard jazz? Brani cardine scritti tra fine ‘800 e il 1900 e riarrangiati in varie versioni, è più o meno la stessa cosa, no?”

Sì sono canzoni del 1400 e del 1500, sono cinquecento anni che queste melodie vengono riproposte. L’equivalente in Italia sono le frottole e le villanelle popolari medievali, solo che quelle più di tanto non sono famose perché non son ballabili. Certo, ora l’influenza che sentirai nei nostri arrangiamenti è molto contemporanea. Ma questa pratica è molto comune anche in Irlanda.”

Mentre parliamo mi giunge un ottimo risotto, un risotto di zucchine appena più scuro del normale. E…sento la Guinness! Ogni morso è un viaggio andata e ritorno tra un piccolo pub di Galway e il riso col tastasal di mia mamma.

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“Ma voi quanto siete legati all’Irlanda?”

“Io e Davide”, parla Cecilia, la violinista “io e Davide torniamo molto spesso, per fare vari giretti e per farci ispirare. Lui è abituato fin da piccolo ad andare in Irlanda molto spesso. Noi, chi più e chi meno, siamo comunque legati all’isola, ovviamente. La prima volta che ci siamo andati assieme era scoppiato il vulcano in Islanda!

Lo vedi quel furgone rosso li fuori? Ci ha portato lui in Irlanda, tutti insieme. Svizzera, Francia e poi su, suonando qua e là. Siamo andati in questa cittadina per frequentare una scuola di musica. Dormivamo in tenda, quasi nel fango perché pioveva praticamente sempre, andavamo a scuola in taxi perché il furgone si era rotto e poi, la sera, ognuno aveva ancora le forze per trovarsi con tutti i musicisti fino alle quattro del mattino.

Ti devi immaginare stanze con più di venti persone che suonano tutti insieme, da bambini di dieci anni fino ai vecchi.”

“Ma questa era una pratica comune o era legata alla scuola?”

“Il paese, vicino al fiume Shannon, in quella settimana di luglio triplica il numero degli abitanti. Tutti suonano e tutti stanno attorno alla musica, a suonare, ballare, bere ed ubriacarsi fino alle quattro.”

“Ho notato che – e voi ne siete la prova – a differenza delle canzoni popolari italiane, la musica tradizionale irlandese è suonata anche da giovani, no? In modi sempre nuovi ma con la stessa solennità dei loro padri, o dei pilastri di quella tradizione.”

“Sì tutti in Irlanda suonano, ascoltano o ballano quella musica. Poi, ovviamente, nei pub puoi trovare musica elettronica e nessuno è fisso esclusivamente su quel tipo di musica. Da cosa dipende? Forse da quanto ancora oggi la musica e l’ambiente che porta con sé impregna la quotidianità di tutti.

Poi conta che il governo da molti patrocini ai giovani per suonare all’estero.

Ma secondo me è perché la gente è più rilassata in generale…”

“Certo, non sembrano avere problemi…”

“Beh, calma, bisogna stare attenti alla mafia irlandese perché è cattiva. A mio papà hanno raccontato di un tizio che non voleva pagare e che è stato trovato crocifisso davanti a casa con dei coltelli.”

“Ah! Ma voi avete mai suonato in Irlanda?”

“Sì solo nei pub ma non ufficialmente. Devi essere molto bravo per suonare la loro musica lì, e non me la sentirei neanche io.”

“Voi siete le persone adatte per rispondere a questa domanda: perché l’Irlanda è così peculiare, amata e apprezzata in tutto il mondo anche più della Scozia, del Galles o dell’Inghilterra stessa?”

 “Non c’è una risposta univoca ovviamente. Siamo innamorati dei paesaggi, verdi e pieni di colline. Siamo innamorati della gente, le case, l’isolamento dell’essere un isola…”

“…cosa che la rende un cantuccio esistenziale, come tutte le isole. Il cibo?”

“Il cibo in Irlanda è buono! Il cibo è buonissimo e non è che non mangi, il difetto – comune a gran parte dei luoghi che non sono Italia – è che la varietà di cibo è poca. Dopo tre quattro giorni ti accorgi di mangiare sempre le stesse cose: il bacon a colazione (anche se per lo più è una trovata turistica ormai).

Ma l’Irlanda è un posto dove può capitarti tranquillamente di rincorrere le pecorelle nei prati – fatto veramente accaduto -, è un problema così grande il cibo?”

Mentre parliamo del problema del cibo giunge il dolce, e la violinista degli Alban Fùam, è famosa, per i dolci. Bevo l’ultimo sorso di Guinness e apparecchio mente e stomaco per ricevere l’unico dolce che veramente posso dire di amare: il tiramisù. Per l’occasione vedo due intere teglie di tiramisù alla nocciola, al primo morso mi ritrovo a pensare ad una sola cosa: potete rincorrere le pecorelle nei prati quanto volete.

“Affrontiamo l’argomento musica. In Italia c’è una scena “irish”?”

“Sì, ovviamente. Ma non è rinomata come in Germania o in altri paesi. Diciamo che ci sono tantissimi amanti del genere, tantissimi musicisti ma pochi gruppi. La scena c’è eh, se la domanda è quella, c’è anche un bellissimo festival, il festival di Monte Lago a Macerata, che è il più grande d’Italia ma più che altro è di musica celtica.”

“E qual è la differenza?”

“La musica celtica racchiude tutti i generi musical del nord Europa – derivante principalmente della Germania –  dalle ballate irlandesi alla musica bretone. E diciamo che questa varietà è un po’ penalizzante per amanti dell’irish music: a molti festival fanno musica anche molto pesa come dubstep celtico, rock pop e irish punk.

Di gruppi Irish ce ne sono pochi direi, e che fanno quello che facciamo noi – riarrangiare canzoni tradizionali – ancora meno.”

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“Capisco e voi, da dove venite? Come vi inserite in questa storia di cui abbiamo appena parlato?”

“Noi, come tanti, suonavamo cover dei Led Zeppelin e dei Pink Floyd, ognuno per conto suo anche se siamo tutti di San Giovanni. Il cantante cantava in un coro lirico…poi abbiamo provato a fare qualcosa insieme e in quattro cinque anni di attività abbiamo raggiunto la formazione definitiva: prima eravamo solo strumentali e adesso abbiamo questa formazione da quattro anni, invece.

Negli ultimi due anni siamo cresciuti molto, abbiamo fatto sessantaquattro date l’anno scorso, tra Italia, Svizzera e Germania e anche quest’anno siamo a Brema ad un festival.

Una degli eventi in cui suoniamo più spesso, però, sono i matrimoni. Gli stranieri che si sposano qua amano avere la loro musica – gli irlandesi soprattutto – ma i gruppi irlandesi costano troppo.”

“E come sono i matrimoni irlandesi?”

“Molto, ma molto, ma molto tamarri”.

È stato strano, molto strano, finire l’intervista agli Alban Fùam con la parola tamarri. Non sembra c’entrare niente con tutto il resto della storia che mi hanno raccontato. Quel che più mi ha emozionato di loro, però, a parte il tiramisù, è che siano riusciti a trovare un posto ufficiale nella storia mondiale della musica irlandese.

Il loro ultimo album, infatti, è stato inserito nell’archivio di Dublino di musica irlandese. E pensare che un chitarrista, due violinisti, un batterista e un cantante di San Giovanni, nati a pochi chilometri da casa mia, siano entrati ufficialmente in questa tradizione mi fa sentire più vicino all’isola che amo, agli abitanti d’Irlanda e alla loro storia: gli Alban Fùam ai loro concerti portano l’Irlanda da voi.

E anche dovessi essere a Dublino, un giorno, saprei che nell’archivio di musica irlandese ci sarebbe un pezzo di Verona e potrei sentirmi a casa.

Che altro di grande può fare la musica?

Ricetta per il tiramisù alla nocciola

Ingredienti
500gr di mascarpone
5 cucchiai zucchero
5 uova
Sale, un pizzico
Pavesini al cioccolato qb
Pasta di nocciole qb
Caffe qb
Cacao in polvere qb

Preparazione
In un terrina capiente separare gli albumi dai tuorli e, in questi ultimi, aggiungere lo zucchero e sbattere bene con l’apposito frullino fino ad ottenere una sottile crema. Incorporare delicatamente dal basso verso l’alto 2 o 3 cucchiai di pasta di nocciole a piacere,
montare a neve gli albumi a cui avrete aggiunto un pizzico di sale: unirvi crema mascarpone.

Preparate il caffé, versatelo in un piatto fondo, addolcitelo con poco zucchero (i pavesini sono già abbastanza dolci), e lasciatelo raffreddare. Coprite il fondo di uno stampo rettangolare con i pavesini bagnati leggermente nel caffé, successivamente adagiate uno strato di crema continuando ad alterare i due ingredienti fino al riempimento della pentola. Terminate con la crema, spoverare la terrina con cacao e mettetela in frigorifero per almeno un paio d’ore prima di servirlo. mangiate e gustate!

 

Sockeye – interviste al sugo controcorrente. Una volta al mese pranzo con artisti e salmoni vari di Verona, chiacchiero, mi faccio grandi scorpacciate e poi vi racconto la loro vita, la loro quotidianità e la loro cucina.

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