Dissertazione ragionata su una pratica quanto mai diffusa

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Non so se qualcuno oltre a me se n’è accorto, ma pare sia tornato di moda il fatalismo dannunziano di inizi ‘900.
Tutti gli ubriaconi da osteria hanno finalmente una scusa per sentirsi veri e propri bohemien.
E questa moda, che sembra colpire soprattutto coloro che hanno deficit di vitamina B12 (esatto, ce l’ho con voi vegani), ha come incubatore primario internet, luogo deputato a discarica dei pensieri di tutti.
È bastato poco: qualche canzone dei Joy Division, un corso accelerato di filosofia su Wikipedia, overdose di Twin Peaks e… SBAM!
Tutti vestiti di nero, tristi e mogi, coi risvoltini e le scarpe da beccamorto, nonché una spocchia da finto intellettuale.

C’è però un modus operandi che negli ultimi anni si è insinuato a tutti i livelli sociali, rendendo ancor più sgradevole il mondo dell’internet e le sue mode: parlo del fenomeno del Ghosting, ossia “la finissima arte del dileguarsi”.
Sembra essere nato fra le celebrities dello star system hollywoodiano; il caso più eclatante è quello di Charlize Theron che troncò la relazione con Sean Penn, sparendo da un giorno all’altro.
Negli strati più bassi della società questo comportamento è stato lentamente trasformato in “visualizzo ma non rispondo”.
Mollo la conversazione lì, senza spiegazioni apparenti.
E sinceramente, quanti di noi hanno lasciato in sospeso una risposta per il puro piacere di farlo?
Se tu che stai leggendo questo articolo non hai mai fatto l* stronz*, allora chiudi la pagina e vai a leggere l’oroscopo, che è meglio.
In caso contrario, stai pronto: arriva un bel suppostone.
Subendo a mia volta questo tipo di comportamento passivo-aggressivo, ho capito quanto frustrante potesse essere aspettare per ore o per giorni una risposta che poi non arriva mai.
Che questo qualcuno sia il/la superiore al lavoro o il/la vostra schiavo/a sessuale non importa; voi vorreste avere una risposta subitanea, senza attesa di sorta; e quando questa risposta non arriva le strade sono due: o sono impegnato con qualcosa che mi distrae dall’attesa, o iniziano le paranoie.
“Eh, ma perché non risponde? Magari ho detto qualcosa di male.”
Questo interrogarsi sui propri errori è un comportamento molto controproducente quando l’altr* ci lascia privi di risposta.
Berger e Luckman, sociologi ed autori del libro “La Realtà come Costruzione Sociale”, spiegano come il mondo abitato da noi uomini di tutti i giorni non sia altro che un insieme di segni usati per convenzione in modo da poterci muovere meglio nella realtà caotica circostante. In parole povere, come riassume il titolo del loro testo, l’uomo crea la realtà in relazione con altri uomini per non perdersi nei propri pensieri.
Senza società l’uomo sarebbe smarrito, lasciato a se stesso ed incapace di orientarsi nel mondo di tutti i giorni.
Quando conversiamo con una persona, creiamo un microcosmo fatto di segni e di ciò che abbiamo imparato durante le precedenti socializzazioni: ci salutiamo; magari chiediamo “come stai?” quando in realtà della salute altrui ce ne frega men che nulla: ma è educazione farlo.
Per essere parte di questo mondo o quel mondo diventiamo educati e rispettiamo una serie di schemi.
Se la persona in questione, aiutata dalla distanza virtuale, sparisce o ci lascia in balia del dubbio, scattano quei meccanismi di difesa psicologica attraverso i quali cerchiamo di tenere in piedi il microcosmo che stavamo creando.
Cerchiamo degli sbagli nel nostro approccio tendendo a dare un senso agli avvenimenti, quando magari è solo quell* dall’altra parte del telefono che vuole fare l* stronz*.
O magari è solo impegnato a fare altro, visto che non ci siamo solo noi nel mondo.
Cosa fare allora, quando subiamo del ghosting più o meno intenzionale?

Stappatevi una birra se siete astemi, iniziate a fumare se non fumate, mangiatevi le unghie se ancora ne avete, andate a correre se siete in sovrappeso.
Insomma, fate qualcosa di diverso, muovetevi, non aspettate che la vita vi dia segni. E non cercatene dove non ce ne sono.

SALMONELLO

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