Libri che ti servivano, e neanche lo sapevi
Leggere, se vogliamo, è l’ultimo atto intimo che ci è rimasto. È pure tempo rubato, va bene. E allora, via, una volta al mese, derubiamoci.

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L’amore nasce sulle rovine, non dentro le case arredate

Main dish: “Sylvia” di Leonard Michaels (2017, Adelphi)

Pagine: 129, forse poche o forse troppe

Tempo di masticazione: dai tre giorni ai tre mesi

Da provare: o mai o sempre

Indicato per: chi in generale, in mezzo ad una festa, si è tenuto per lo sguardo con qualcuno e si è sentito un privilegiato

Sapore: la cosa più dolce e spietata che abbiate mai provato

Dedica: Quanto è inafferrabile la vita, solo nel ricordo svela i suoi tratti, nell’inesistenza. (Adam Zagajewski)

Umami: 94, 95

Assaggi:
1. “Non dovresti fumare tanto. Fallo per me”. Ho replicato:” Fumo perché litighiamo”. Ha cominciato a mordermi il braccio. Ho gridato.Lei è saltata fuori da letto e ha annunciato: “Questo è l’inizio della fine della giornata”.

2. Sylvia non leggeva mai i giornali: le raccontavo io cosa accadeva. […] Per lo più si trattava di innocue chiacchiere ma, lo ammetto, avevo la vaga idea che la salute mentale fosse grossomodo proporzionale all’attenzione che si dedica a quello che succede fuori della propria testa.

3.C’erano attimi in cui ci capitava di guardarci, mentre eravamo seduti a qualche metro di distanza in una metropolitana affollata, ad una festa, o nel lento flusso di una conversazione drogata con altre quattro persone nel nostro soggiorno, quando l’alba grigia iniziava ad illuminare le finestre, e ci sorridevamo con gli occhi, come se fossimo imbarazzati della nostra stessa fortuna, la fortuna di stare insieme.

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Perché:

Perché vorresti lasciarlo a metà e non ci riesci. Vorresti punire Michaels, lo scrittore e il personaggio, perché ti mostra il basso paralizzante che raggiunge la vita, quando la persona che amiamo, quella con cui coincidiamo perfettamente, è sbagliata per noi e per se stessa. In sostanza è la storia delirante di un matrimonio aggrovigliato quello tra l’autore, appunto, e la prima moglie Sylvia Bloch. Morta suicida dopo quattro anni di inferno coniugale, il marito, probabilmente per circoscriverne i tormenti, l’ha cristallizzata nella sua scrittura. E, per dolce ironia, è questo il libro più acclamato dello scrittore americano autore di saggi e prove letterarie che ora riposano nel semi buio della critica. Il dolore, sembra dire ad ogni paragrafo, è una schifezza quotidiana, non ha nulla di tragico, è semplicemente un’incomprensione che prende forme estese. E così, capita che ti rifugi in bagno a schiacciarti i punti neri fino a farli sanguinare, per non tornare di là, dove lei ti attende con tutto il sacchetto della sua infelicità. “Ogni cosa giungeva a me come una sensazione, non come un sentimento” dice Leonard ad un certo punto, quando lei ormai è morta, e strizza l’occhio a quanti di noi c’hanno provato davvero ad andare avanti, nella strada normale della vita, dopo un’intensità perduta.

 

Note tecniche o lì in giro:

Sceglie il lessico sospeso di un requiem per parlare della moglie morta suicida. Secondo il London Review of Books  la scrittura di Michaels sta in equilibrio “tra la calma precisione di un reportage e l’epifanica originalità della poesia”. La sua delicatezza sfida quasi il frastuono di quella Beat Generation che lo avvolge. “Ho visto le menti più brillanti della mia generazione distrutte dalla pazzia” scrive il poeta e amico Allen Ginsberg in una delle sue liriche più famose, perché le lacrime di un’era hanno bisogno di essere analizzate. A Leonard, invece, spetta il compito di riassumere quel pianto pubblico nella sintesi del suo, intimo e privato. Perché urla più forte di Elvis Presley, Sylvia mentre si dispera in quell’appartamento sporco e microscopico. Fuori dalla finestra c’è il ritornello di una generazione che prova a dirsi libera, e lei grida in solitudine, perché non ci sono definizioni collettive per la sofferenza di ciascuno.

 

 

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Una specie di morale:

Dice un proverbio delle mie parti che l’amore è possibile solo quando entrambe le persone, separatamente, hanno trovato il loro paradiso.
Eppure, a volte, il purgatorio zoppicante che siamo crea frammenti di inferno indicibili. Le cose si accartocciano, finiscono. Ci sono persone che la vita ci strappa, e probabilmente, ha ragione lei. In fondo, lo dice anche Sorrentino che il momento più alto di un amore è la sua fine. Per fortuna arriva in nostro aiuto il ricordo, forbice selettiva del passato, che ritaglia solo le verità che possiamo sostenere. Forse, solo nel guardarlo andarsene, scopriamo la disperata e bellissima andatura di quello che perdiamo.

Salmonita

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