Ossia: La storia di due butei persi tra il nulla di una città di provincia e l’evoluzione mondiale dell’hip-hop: da genere underground ad eccellenza mainstream.

sockeye zampa capstan

Quando scrissi a Capstan chiedendo di organizzare un’intervista con lui e Zampa mi rispose che avrebbe chiesto a Zesh e mi avrebbe saputo dire a breve. Dopo qualche giorno di silenzio mi invia lo screenshot della risposta di Zampa, che recitava più o meno così:

“Vaccadì, lo spacchiamo di gotti il butel”

Non è andata molto diversamente.

Se vi dicessero di provare ad immaginare la casa di un rapper, molti di voi credo la immaginerebbero in questo modo. Provate quindi ad pensare alla mia reazione quando, varcata la porta di casa Zampini in una mite giornata di metà autunno, mi sono trovato in una stanza con delle immense finestre, inondate della limpida luce dell’aria tersa, che si affacciavano su un terrazzo da cui guardare a perdita d’occhio tutta Verona e i suoi campanili.

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Posate, bottiglie e bicchieri risplendevano dei raggi solari e l’aria della stanza era densa del profumo del risotto col tastasal. Vengo accolto da Zampa e la sua ragazza, che notando il mio sguardo fisso sulla padella del riso provano a risvegliarmi: “È la prima volta che proviamo a farlo, speriamo che venga bene”, e iniziamo a stappare la prima bottiglia di Valpolicella, brindando con lo stomaco vuoto al nostro imminente pranzo.

Ma prima di procedere forse è meglio che vi introduca a cosa ha significato il rap, e quindi questo pranzo, per me.

Ho iniziato ad ascoltare il rap nel giugno del 2004 – parlo di rap italiano, “non capivo quelli americani” (cit. Astio) -, relativamente tardi, forse. All’epoca non potevo informarmi sui social, ascoltavo quello che mi passavano gli amici e che riuscivo a trovare su WinMX. Ascoltare il rap era stata la mia e la nostra forma di ribellione al costituito, alla musica piatta che passava su MTV (tranne le Spice Girls, le Spice Girls spaccano) e a tutta quella musica che possiamo etichettare come musica di “ribellione” che si sentiva alle manifestazioni ma che mi sembrava anch’essa imposta.
Ad ascoltare il rap eravamo pochi, trovare i pezzi era difficile e il senso di una genuina, antagonista relazione con una musica che sentivi come un qualcosa di veramente tua cresceva giorno dopo giorno. In qualche mese ho iniziato a scrivere dei pezzi con degli amici e, poi, a registrarli. Ci sentivamo parte di una cultura che non ci era stata donata a scatola chiusa, e gli amici “che-sapevano-suonare-uno-strumento” ci deridevano continuamente, ma per loro suonare voleva dire fare le cover dei Nirvana, per noi perdere le notti a raccontare la nostra vita invece che piangere. Ci sentivamo, in modo infantile e stupido, addirittura migliori.

Gli artisti che si conoscevano – i più famosi – si contavano tra le dita di una mano e, almeno all’inizio, oltre ai vari milanesi Lord Bean, Bassi Maestro, Jack The Smoker, Asher Kuno e Club Dogo e i romani Cor Veleno e Colle der Fomento, mi avevano passato Zampa. In quel periodo avevo Zampa nel walkman e pochi altri in Italia.

In questa nicchia che era l’hip-hop e che ci eravamo creati Zampa era stato quindi uno dei primi protagonisti. Col tempo, conoscendolo, è diventato più umano ai miei occhi, tanto da diventare amico, ma mentre leggete l’intervista pensate che sono entrato in una sala da pranzo piena d’amici che quindici anni fa avrei potuto descrivere come un Olimpo.

In grassetto le mie domande.

Parliamo di rap, il rap ora in Italia è in cima a tutte le classifiche: è diventato un fenomeno capace di assorbire le caratteristiche della cultura pop, nel bene e nel male. Anche le persone che un tempo non sapevano – o non volevano sapere – cosa fosse l’hip-hop sono più o meno costrette ad ascoltarlo, se non altro per i tormentoni che passano i radio. Prima però era diverso, cosa significava, per voi, fare a Verona un tipo di musica proveniente da una realtà completamente diversa?

“Intanto finiamo ‘sta bottiglia”, comincia Capstan, “poi, noi attorno ai quattordici anni, anche prima forse, abbiamo iniziato a capire che la vita a Verona sarebbe stata sempre uguale: che tutto quello che avevamo fatto nel nostro tempo libero sarebbe stato tutto quello che avremmo fatto negli anni futuri. Che sbatti vecio! Da lì abbiamo iniziato ad appassionarci a qualcosa che raccontasse storie diverse, storie concrete e senza fronzoli, come non faceva nessun altro tipo di musica.

Poi è venuto naturale iniziare a raccontare di noi, raccontare il disagio di crescere – comune a tutte le persone, credo – e farlo in un modo che oltre ad essere efficace sembrava esso stesso renderci parte di un mondo unico e antagonista”.

Non notavate anche voi i rapper silenziosi nei bus al ritorno da scuola guardare fuori dal finestrino con delle cuffie enormi? Non era depressione, nemmeno disagio, era il guardare all’orizzonte di una musica che si estendeva a perdita d’occhio. Era provare ad intravedere l’ “America” – inteso nel senso mitologico del termine insegnato dai e ai nostri nonni – nella propria quotidianità.

Fare il rapper, mi ricordano questi due, era già una presa di posizione e di stile. Il contenuto di quel che dicevi era già vincolato dalla forma con cui avevi scelto di dirlo: “qualunque fosse l’importanza musicale e sociopolitica della scelta di fare hip-hop è ovvio che fosse lì solo per essere colta dagli altri rapper.” (D.F.W.)

“Sì noi ci mettevamo le mani addosso con i fighetti, poi erano molti più di noi quindi abbiamo iniziato a fare gruppo, a fare la musica assieme. Era proprio visto male l’hip-hop, noi abbiamo preso il rap e raccontato le nostre storie e da questo è scaturita una cosa bellissima: anche quelli che odiavano a prescindere il rap capivano che in realtà stavamo raccontando la nostra – e la loro – realtà, e allora si interessavano. Ancora abbiamo amici che non sanno niente di hip-hop e vengono a spingerci a quasi tutti i concerti”.

Dopo gli inizi è scattato qualcosa che vi ha fatto pensare ‘questa può diventare la nostra vita, con questa roba possiamo svoltare’, o non vi siete mai illusi a sufficienza? Ora spuntano video rap ogni giorno in Italia, ogni ragazzino – e ce ne sono di bravissimi – è in grado di arrivare ad una fetta vastissima di pubblico. Voi come ve la vivevate questa cosa?

“Ora vedo i butei avere un approccio strategico e quasi “commerciale” con la musica. Riescono ad arrivare in poco tempo dove noi non ci saremmo nemmeno sognati. Non li biasimo, anzi, solo che con noi era diverso. Con noi nessuno ti aveva detto che saresti potuto diventare famoso, non esisteva proprio come cosa. Anzi, per un certo tipo di mondo hip-hop diventare famoso sembrava essere un problema, diventare dei venduti, parte del sistema.

Ma forse è giusto così, non dico che oggi facciano male. Io credo che se le strade del successo fossero state visibili come oggi le avremmo percorse in egual modo. Di certo però, quello che ci ha dato questa musica è stato altro, più nascosto e radicale. La musica per me è una cosa magica, io voglio vivere e crescere con lei, e spesso mi secca doverne fare una “performance” – intendo doverne essere performativi per farsi vedere –, con i butei mi sentivo parte di un mondo più grande fatto di parole e speranza.

Volevo scrivere, scrivere in ogni modo e registrare i miei pezzi, punto. Poi non ti sarebbe venuto nemmeno in mente di “fare il personaggio”, perché lo scopo di quello che facevi era stare bene con gli amici raccontando le vostre storie.

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“Spiegati meglio”, chiedo a Zampa.

“La differenza tra ora e la nostra realtà è che allora se facevi il coglione ti sgamavano subito e ti escludevano dalla scena. C’era questa legge non scritta e potentissima dell’essere vero. Che ci sta come cosa ma non vedo perché un butel di Palù non possa fare un pezzo gangsta, che parla di droghe e odio razziale. Alla fine si tratta di creare qualcosa, fare arte. Certo, se poi ti immedesimi in quel personaggio e diventi finto come persona, questo è un altro discorso: è una cosa che è capitata non a poche persone effettivamente”.

Per il resto, volevamo solo stare bene con qualcosa di fresh.

Questa frase finale l’ha aggiunta Capstan e se non avete mai conosciuto Capstan sappiate che è una di quelle persone che ha il grande pregio di poter essere riassunto in una definizione senza che per questo gli venga data un’etichetta approssimativa:

Capstan è quello che fa stare bene, e credo che si tolga il ruvido dentro con la musica.

Più o meno come il riso col tastasal che sto mangiando.

Ma, Zampa, ti faccio una macro domanda. Hai fatto vari album dal 2004, e sei cresciuto tu, hai 13 anni in più ora. Io amo trovare le costanti nelle variazioni. E la prima, immensa costante che vedo dal primo all’ultimo album è la foresta e i lupi. Tra Lupo Solitario a Il Richiamo Della Foresta cosa succede in mezzo?

“Si sente che sei sbronzo vecio, comunque, dopo Lupo Solitario ho fatto “Il Suono Per Resistere” e quell’album l’ho scritto in Inghilterra a Wolverhampton, nella periferia di Birmingham. Sono finito lì con il progetto Leonardo, Jack The Smoker mi ha dato un sacco di basi e sono fuggito al nord. A quelle canzoni sono molto legato, canzoni come Cade Giù o Un anno terribile

Paradossalmente faccio più facilmente live canzoni di Lupo Solitario, queste sono molto più introspettive.

Dopo Il suono per Resistere viene Bisanzio, vero?” anche lui è sbronzo “La lunga e tumultuosa via per Bisanzio è un magnifico e stranissimo esperimento, se lo ascolti – se lo ascolto – ritrovo strati e strati di ansia per un periodo molto difficile.

Di certo, se uno è bravo e mi conosce, dentro agli album ritrova tutto quello che ho vissuto e che, forse, abbiamo vissuto assieme.”

E ora? Ora, come tutti noi, lavori e hai poco tempo per scrivere. Da quanto stai suonando in giro e dal mood dell’ultimo album non dai di una persona che abbia finito la sua carriera musicale, anzi. Come gestisci musica e vita?

“Di certo ora o hai sfondato o fai dell’altro. Il segreto rimane cercare incessantemente di stare bene, che è la cosa più semplice, naturale, banale ma difficile del mondo. Ora avere riscontro mi interessa relativamente.

Con Il richiamo della Foresta ho, abbiamo, suonato in tutta Italia, e la cosa veramente bella è vedere ragazzini di quindici anni ai miei concerti, di fianco ai miei compagni di Liceo che mi vogliono ancora bene e ormai sono dei padri. Questa è la cosa più importante. Sento la necessità di parlare alle persone e dire ai miei amici le cose che penso sia importanti dire”.

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Parliamo di lupi e foreste, per favore.

“Vuoi lo scoop da Panorama? Lupo Solitario è una serie di libri-game che ho divorato da bambino, sono libri strutturati come giochi di ruolo dove decidevi cosa e venivi rimandato da una pagina all’altra a seconda delle scelte che facevi.

In generale, però, tutto parte dal romanzo di Jack London. Due libri fondamentali sono stati Zanna Bianca e Il Richiamo della Foresta, che è la storia di una cane che viene rapito e portato a fare combattimenti clandestini. Ad un certo punto scappa, va con un branco di lupi e lentamente, lì, riscopre l’istinto, l’attitudine alla vita selvaggia

Per me il richiamo è legato al rap, ovviamente, alla musica. E la foresta è il luogo da dove proviene questo richiamo, il luogo del tuo ambiente naturale, che forse, per me è il raccontare storie.”

Grazie.

È un richiamo, credo, che in ogni momento, nella quotidianità, ti ricorda che c’è qualcosa di più profondo e più viscerale al di sotto dei giorni che passano uguali, e questo richiamo è quello del raccontare storie che vadano in profondità nella linearità del tempo che passa.

È il richiamo della tua dimensione naturale, diversa da persona a persona. Per questo poi il disagio prima o dopo ci assale tutti, perché non è possibile e veritiero che tutti possiamo stare bene dove siamo capitati – dove le incombenze ci rapiscono in ogni momento -, lentamente sentiamo che la nostra natura è qualcos’altro, lentamente cresce dentro di noi la nostalgia per ogni nostra, singola, foresta.

P.S.: se cercate Zampa e Capstan li trovate a suonare in giro per l’Italia oppure, e vi consiglio l’esperienza, nelle peggiori osterie di Verona. Offritegli un gotto.

Sockeye – interviste al sugo controcorrente. Una volta al mese pranzo con artisti e salmoni vari di Verona, chiacchiero, mi faccio grandi scorpacciate e poi vi racconto la loro vita, la loro quotidianità e la loro cucina.

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