Lo scorso weekend è stato un momento tanto atteso quanto snobbato da ogni salmone amante della musica. Contraddistinto da compra-vendite online di biglietti, un caldo che nemmeno gli altiforni di Murano e l’angoscia dovuta ad un temuto attacco terroristico sventato dagli impeccabili omini con il giubbotto catarifrangente, l’I-Days di Monza è stato un tripudio di emozioni.

Un discorso a parte merita la distanza da percorrere dall’entrata del parco all’effettivo ingresso del festival: credo che se ci fossero stati veramente degli attentatori a metà strada si sarebbero fatti saltare piuttosto che dover camminare così tanto. Tre chilometri a piedi sotto il sole cocente, autobus carichi di persone da far invidia ai peggiori treni di Nuova Delhi, bagarini che tentavano di appioppare gli ultimi biglietti rimasti invenduti, vucumprà abusivi che gridavano “COCCOBBELLO COCCOFRESCO”… sembrava di essere i protagonisti di un documentario di National Geographic Channel. “Ed ecco l’uomo, mammifero seminomade del Borneo Meridionale, che migra verso il suo luogo di ritrovo.”

Idiozie a parte, non sono mancati i grupponi: tra le grandi star internazionali che hanno calcato il palco del festival ci sono stati Rancid, James Blake e Radiohead. Gli altri è meglio non ricordarli… Ad accompagnare i colossi da big money, con grande sorpresa, ho scoperto che ghe n’era anca una de Verona: parlo del duo soul-punk Giudi & Quani, formato da Giuditta Cestari, batteria e voce, e Francesco Quanili, alla chitarra e voce.

Avevo già avuto il piacere di sentirli all’opera in occasione della festa universitaria di Santa Marta rimanendo piacevolmente colpito dal loro brio e tecnica. Strabiliante è il modo in cui Giuditta riesce a suonare la batteria e cantare contemporaneamente. A coronare la performance tecnica ci pensa la sua voce roca e graffiante, tipica del blues sporco e del rock acido anni ’90. Francesco è un ottimo chitarrista: le sue esecuzioni sono impeccabili ed il suono della sua chitarra è impastato e fuzzoso al punto giusto.

Il duo veronese ha fatto vedere i sorci verdi a tutti quelli che pensavano che gli head-liner della serata sarebbero stati Thom Yorke e la sua cricca i quali, dopo aver suonato Fake Plastic Trees, Creep e Karma Police una dietro l’altra, avrebbero meritato solo sassi e sputi.

Pochi giorni dopo il festival scrivo a Giuditta per incontrarci in Piazza delle Erbe e dirigerci in un baretto. Seduti al tavolino, iniziamo la ciacolata:

“Da quanto suonate assieme?”

“Da un anno e mezzo. Entrambi suoniamo da tanto tempo: lui suona nei Masons e in una tribute band dei Pink Floyd, i Divisionband. Io arrivo da parecchi anni di rock’n’roll; suonavo in una band chiamata Best Before End e contemporaneamente porto avanti un gruppo chiamato Lord Byron e le sue Amiche Ruspe. Adesso abbiamo questo progetto che ci sta prendendo bene, ci divertiamo.”

“Com’è la formazione a due?”

“Beh, è una sfida: devi riuscire a creare l’energia anche per i componenti che mancano. E a me piacciono le sfide.”

“Mi ricordate molto i White Stripes.”

“Francesco è un grande fan di Jack White!”

“Fate solo cover?”

“No, abbiamo anche pezzi nostri: in autunno vorremo registrare, avere un album nostro con le nostre canzoni. Non sappiamo dove lo registreremo, ma le idee ci sono.”

A Giuditta piacciono le sfide, lo skateboard, il punk e la musica soul. Se volete saperne di più sul suo conto, sui loro concerti e progetti futuri vi consiglio di ascoltare l’intervista audio nel player qui sotto.

 

Se invece volete saperne di più sul mio conto, andate nel bagno della stazione di Porta Vescovo: il numero in alto a destra con su scritto “Manolo” è il mio.

Con affetto,

Salmonello

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