Parte seconda.

La prima parte la potete trovare qui.

Febbraio, 1882.

L’uomo è riverso sulla poltrona di velluto rosso, in una delle prime file.

La dama al suo fianco si asciuga le lacrime con un fazzolettino bianco che fa pendant con il cappellino dal dubbio gusto. C’è anche un dottore, un omino magro dal naso a punta e gli occhialini da miope che rendono i suoi occhi due enormi sfere dalle tonalità di grigio. C’è pure l’Ispettore Martini in alta uniforme. Appena mi vede alza gli occhi al cielo e maledice gli affreschi.

Ci siamo tutti al gran galà della morte, trastullati dalle viole di Brahms.

 

– Infarto – certifica il dottore con una voce che risuona un pochino antipatica.

Il volto della vittima è una smorfia di dolore.

– Si è lamentato durante il concerto? – domando io alla donna che continua ad asciugarsi le lacrime.

Vedo con la coda dell’occhio che l’amico Salgari prende appunti sul suo taccuino.

– Si è comportato come sempre – mi risponde la nobile – Gli bastavano due minuti di musica per mandarlo nel mondo dei sogni. L’ho lasciato fare e mi sono goduta il concerto. Solo al riaccendersi delle luci mi sono accorta che qualcosa non andava.

 

Mi avvicino al cadavere.

Non gli tasto il polso, non serve. Vedo il dottorino guardarmi di sottecchi, invidioso e pronto a far polemica. Ci stiamo sui coglioni, siamo pari insomma.

– Si chiamava Enrico Simoni – mi sussurra Salgari – Uno dei primi notai della città.

– Segni particolari? – gli domando, facendomi sentire dall’Ispettore Martini che manca ancora una volta l’appuntamento con il destino: quello cioè di far bene il suo lavoro.

– Non gli piaceva quella cosina là… – lascia intendere il giornalista con un sorriso malizioso.

 

Il notaio è stato avvelenato.

Espongo il mio pensiero e il dottorino salta su come il demonio.

Lo tengo a bada e gli propongo di avvicinarsi alla bocca della vittima.

– Qualche odore particolare? – gli domando lanciando la sfida a chi ce l’ha più lungo.

– Non sento niente – risponde lui improvvisamente paonazzo.

– Sarà il raffreddore – lo giustifico io leggermente malizioso – Mandorle.

Uguale cicuta.

 

– Articolo bomba – accenno a Salgari mentre torniamo nel foyer gremito di gente e di curiosità.

– Meglio dei pirati e delle tigri – mi risponde lui accennando ad uno dei camerieri che serve bollicine nei flùte di cristallo.

Questo ci vede e si ferma di colpo.

La sua faccia conferma la sua colpa mentre la dama alle nostre spalle stramazza al suolo.

 

L’uomo fa per scappare.

Ci lancia addosso il vassoio con i bicchieri che si frantumano e il loro liquido schizza su pantaloni e calze di seta. In quel momento accade qualcosa d’incredibile: Martini sbuca dal nulla e con uno spintone spedisce il fuggitivo contro il muro. E’ una botta così forte che lascia l’uomo a terra, intontito.

Frughiamo nel taschino della sua giacca e troviamo la fialetta che conteneva il veleno.

 

Idiota ed assassino!

E’ quello che gli urla anche la gran dama ripresasi dal collasso, anche se non ricordo l’ordine dei complimenti. So solo che è una pessima attrice. Il richiamo della carne da una parte e l’avidità dell’altra hanno trasformato questi due scemi in assassini da quattro soldi.

 

Faccio un cenno all’Ispettore Martini e lo ringrazio.

Lui ricambia mandandomi a fanculo.

E pensare che trovavo queste serate di una noia mortale.

 

Smokey Salmon

biancoenoir

 

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