Parte uno.

Verona 21 marzo, 1882

Cinque arcate, novanta metri di lunghezza e circa sette di larghezza. L’Adige scorre tranquillo sotto Ponte Pietra in questo primo giorno di primavera. Fa freddo ma nel cielo non c’è una nuvola. Un unico dettaglio stona in tutto questo: l’impiccato.

Il corpo senza vita oscilla alla mercé della brezza leggera che scende dal Monte Baldo. E’ una visione macabra velata però da una certa poesia. Al centro del tondo d’epoca veneziana, il cadavere di un disgraziato appeso per il collo.

Uno spettacolo magnifico.

Due marinai e quattro remi in tutto. Uno davanti, l’altro dietro e all’unisono fanno andare avanti la barca, dove al centro, stiamo seduti io e Salgari. Tra le mani una sigaretta e in bocca una liquirizia, io. Un quaderno e una penna in quelle dell’amico scrittore: prende appunti per i suoi racconti – Siamo su una barca d’altronde – mi sorride, mentre ci avviciniamo dall’acqua al luogo del delitto.

Ci fermiamo su una secca esattamente sotto l’arcata più vicina al tondo veneziano. L’agente Marogna ci aiuta a scendere dall’imbarcazione, poi uno alla volta, saliamo i pioli della scala di legno appoggiata alla base del ponte. Una scala che è lì da questa notte, utilizzata da chi ha appeso quel disgraziato alla corda. Il suo corpo è stato avvistato dai naviganti del fiume al sorgere del sole e da quel momento è partito il circo. A cui partecipano tutti: i barcaioli di passaggio, gli abitanti e i lavoratori dei mulini, il popolino che da dove può indica il ponte e spettegola. Ovviamente c’è anche Martini, il mio nemico Ispettore di polizia, che ci attende a braccia conserte e con la solita espressione di chi non sa che pesci pigliare.

Faccio un giro intorno al cadavere, poi chiedo che il corpo venga deposto a terra. Questo mi aiuterà a trovare eventuali indizi oltre che a calmare il caos che regna intorno a noi. Anche sopra le nostre teste, sulla passeggiata del ponte, gli agenti faticano a tenere lontano curiosi e spacca balle.

– Lo avete identificato? – domando a Martini indicando la vittima.

– E’ l’avvocato Giuseppe Ottolini – anticipa la risposta Salgari. In realtà viene in aiuto all’inetto tutore dell’ordine che arrossisce e si fa da parte.

– Lo conosceva? – domando allora al cronista della Nuova Arena.

– Scriveva sul giornale ogni tanto.

– E poi?

– Grande conoscitore del genere femminile – fa l’occhiolino l’amico.

Una risposta che ne racchiude mille.

Mi accuccio sul corpo e noto i segni profondi lasciati dalla corda oltre al punto in cui l’osso del collo si è spezzato. Il viso cereo non cela alcun segno di sofferenza e questa è già un’importante incongruenza: anche in caso di volontà scientifica nel togliersi la vita, sul volto restano sempre i segni della sofferenza.

– Mastino, non l’hanno ammazzato qui…– suggerisce Salgari.

– Potrebbe essere una valido aiutante – sorrido di rimando.

Non potrebbe essere altrimenti: l’arrivo dal fiume, la scala, il portare su un uomo che si dimena da una scala a pioli, l’appenderlo a una corda. L’avvocato per forza di cose non doveva essere cosciente. Il volto disteso ne è una prova come dicevo.

Non può esser stata opera di una sola persona, qui si sono dati da fare in parecchi per mandare Ottolini all’altro mondo.

– Che ne pensa Ispettore? – domando a Martini.

– Non saprei… – risponde questo confermando la sua inutilità.

Respiro a reprimere la rabbia, mi accendo una sigaretta e continuo a esaminare il cadavere.

Il resto ve lo racconto la prossima volta.

SmokeySalmon

biancoenoir

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