L’ultima grande narrazione che ci è rimasta dopo la religione e prima delle serie tv.

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Uno dei motivi per cui alcuni giovani europei impazziscono e diventano foreign fighters tra l’esercito del sedicente Stato Islamico è il tentativo di trovare una nuova teleologia per lo scorrere della loro vita, cioé, detto in modo inappropriato ma chiaro: uno scopo più grande.

Morta e sepolta l’idea di aldilà cristiano, le vite nel mondo occidentale si susseguono in modo circolare a seconda dell’andare dei giorni: lavora, spendi, dormi, lavora, spendi, dormi e via dicendo. Le nostre vite si consumano nella più totale immanenza della società liberale e scientifica: prive di segreti naturali, prive di mistero, prive di religione; tutte votate alla realizzazione personale e all’incessante ricerca della felicità. Uno dei motivi per cui molti giovani europei diventano foreign fighters è tornare ad avere uno scopo ultraterreno, qualcosa di grande, qualcosa che trascenda sé stessi e la loro “troppo piccola e troppo umana” vita anche a costo di sacrificarla con il sacrificio più grande.

L’uomo, questo scorrere circolare delle vite senza alcuna teleologia (senza alcuno scopo, senza alcuna fine ultima), non è in grado di sopportarlo. Per questo abbiamo sempre avuto bisogno della religione: per la sua trascendenza e per i tempi liturgici dettati da questa.

La religione serviva a dirci che c’è dell’altro e che c’è un fine, che esiste del mistero indipendente da noi e che lo scorrere della vita non è soltanto circolare, ma anche lineare: esiste la vita eterna e ogni azione della nostra vita è votata a quello. Il mistero che la religione portava nelle vite di tutti i credenti è un mistero creato da una narrazione immensa, capace di portare anche in una piccola comunità come quella veronese la storia di una traversata del Mar Rosso o di una resurrezione in Palestina: storie che permettevano alle vite contadine di essere direttamente legate ad un’eternità e una comunità umana e divina. La narrazione della religione, insomma, trasformava una vita misera e faticosa in una vita grande.

Ora che la religione è stata sconfitta l’uomo si trova solo con la sua quotidianità, così pressante che ha bisogno di creare le “teorie del complotto” per provare a convincersi che il suo mondo è governato ancora da una forza nascosta e misteriosa. E invece niente.

Quell’ormai lontana sera in cui l’Italia ha pareggiato con la Svezia e non si è qualificata al mondiale di Russia del 2018 ho sentito molti amici confrontarci su come sarebbe stato possibile andare avanti, rinunciare alle estati in cui i giovedì non sono solo dei giovedì ma sono i giorni in cui probabilmente si vedrà una partita. Ci siamo chiesti come fare per rinunciare a quella liturgia quadriennale che è l’avvento del caldo giugno dei mondiali.

Il giorno successivo all’eliminazione dell’Italia ho visto il mondo intero parlarne.

Il mondo intero che ne parla ancora oggi è scosso da una storia improvvisa e imprevedibile, dall’origine misteriosa e di portata “sovrumana” nel senso di trasversale, capace di unire le nostre vite veronesi e italiane con quelle degli svedesi ma anche dei neozelandesi e i cileni.

La più grande narrazione contemporanea, capace di unire trasversalmente l’umanità e in grado di dargli sia una trascendenza (catodica o digitale che sia) sia una linearità (la vittoria finale) è il calcio.

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Il calcio è l’ultima grande teleologia rimasta all’uomo, dopo il teatro, dopo i gladiatori e dopo le religioni. Attraverso il calcio l’uomo rimane appeso ad una storia indipendente da lui, una storia che ha dei tempi dilatati rispetto a quelli della sua vita.

Non sto cercando di convincere nessuno del valore del calcio rispetto agli altri sport, sto solo facendo un’analisi fenomenologica scaturitami da una domanda: cos’altro al mondo ha potuto tendere i miei nervi in simultanea con quelli di uno svedese a Malmo per lo stesso identico motivo?

Notate qualche somiglianza tra le due immagini di quest’articolo? Non i simboli religiosi o il colore della pelle, ma il pallone.
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Vi pare un caso che in una città come Verona, malgrado Salmon e malgrado varie realtà indipendenti, la vita sia scandita tra: tempo del lavoro, tempo per andare in Chiesa, tempo per bere e tempo per andare allo stadio a seguire l’Hellas?

Bere probabilmente serve per dimenticare quanto la mentalità veneta della dedizione al lavoro ci abbia rovinato l’esistenza, ma la chiesa e lo stadio servono per salvarla, quest’esistenza.


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