Proseguendo nel nostro intento di conoscere e far conoscere le realtà che popolano il quartiere di Veronetta, siamo stati a fare due chiacchiere con la signora Anna, proprietaria della magica bottega di ceramiche in via Santa Maria in Organo.

Perchè hai deciso di aprire l’attività qui a Veronetta? Avevi un legame con il quartiere o è stato un caso fortuito?
É stato un caso: ho trovato questo spazio quando ho deciso di aprire un nuovo laboratorio di ceramiche, dopo che negli anni ’80 avevo tenuto un laboratorio ai filippini. Una volta chiuso, ho continuato la ricerca per conto mio, insegnando per alcuni anni in circoscrizione: la mia era una ricerca sul linguaggio, sul fare o meno un segno, sull’intervenire o meno su una superficie; ad un certo punto mi sono resa conto che non riuscivo a sostenerla economicamente, infatti ho avuto un secondo lavoro per 15 anni. Ero convinta però di voler riunire la mia vita attorno a questa ricerca, quindi faticosamente ho cercato di costruire oggetti vendibili e quando sono arrivata ad un buon punto ho deciso di aprire questo laboratorio.

Entrando nel locale si ha l’impressione che abbia due anime: bottega artigiana e atelier artistico. Qual è l’equilibrio tra queste due inclinazioni?
Allora, questo è il 14esimo anno di laboratorio: per la gran parte del tempo è stata un’ottima collaborazione, perchè l’una suggeriva e stimolava l’altra. Sembrano due mondi ma in realtà sono un unico motivo che si sviluppa in modi differenti. Sono riuscita a sviluppare questa mediazione perchè sono riuscita a capire qual era la radice del mio intento: ho sviluppato il mio lavoro attorno ad una ricerca estetica che si esprime sia in oggetti sia in forme più libere.
Adesso è diventato più difficile, perchè mi sembra che l’esigenza di essere riconosciuta con più immediatezza dal pubblico sia diventata molto più importante di prima, e mi capita di essere un problema sia per gli artigiani che per gli artisti, di essere cioè un problema per chi vuole per forza incanalare in una delle due direzioni il lavoro.

A livello di lavorazione dei materiali, da dove arriva la tua passione? Com’è nata?
É nata in un certo senso casualmente: ho aperto il primo laboratorio con un ceramista, mentre io dipingevo lastre di vetro. Ho quindi conosciuto questo materiale: esso permette ad uno scultore di produrre con un costo più abbordabile, anche perchè si presta a tantissimi fini. Ecco, da un punto di vista strategico è stata un’ottima scelta.

Prima, a registratore spento, mi hai detto che qui dentro ogni cosa ha la sua storia ed il suo significato: ci vuoi parlare un po’ di questo?
Si, ti farò degli esempi. Il primo oggetto che ho plasmato in questo progetto è stato una piccola tazza da caffè, e siccome lavoro con il bianco, perchè il bianco esprime meglio le forme, l’ ho chiamata caffè bianco. É nato cosi questo divertimento di usare le parole come un gioco di contrari; ad esempio un’altra tazza, più grande da tè, l’ho chiamata tè alto! Ecco, le cose a volte diventano semplici. C’è un pezzo, nato parecchio tempo dopo, che si chiama stella: è il gioco di trasformare un globo, un qualcosa di sferico, in una prisma tridimensionale. Questo gioco di raddrizzare le curve lo chiamo gioco alchemico, perchè quando riesce bene guardando l’oggetto in movimento si nota la trasformazione da sferico a prismatico e la mente, almeno la mia, ci gode!
Ci sono poi altri oggetti, che chiamo olive, nati a causa della pressione di amici e clienti che volevano a tutti i costi che, oltre a lavorare con il bianco, usassi del colore: dopo tante richieste, mi sono detta “va bene, voglio provare a costruire una forma che non venga disturbata dal colore”, perchè forma e colore, pittura e scultura, sono troppo forti tra loro e bisogna essere molto capaci per metterli assieme ed io, per inciso, non mi ritengo ancora tale; così ho costruito questi oggetti che sono molto divertiti oltre che divertenti, che ti mettono di buonumore.

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Per esempio questa forma qui si chiama riccio ed è una tazza da caffè, un esperimento nel combinare stili differenti: è nata perchè ho costruito una tazza, che si chiama tazza sul cuscino, da un flash, un’immagine che ho avuto: ho cioè immaginato una domenica mattina con la neve fuori e noi seduti sul divano a bere una cioccolata calda; una volta costruita, un’amica mi ha suggerito di fare allora il suo opposto, una tazza spinosa…ecco la genesi della tazza riccio. Come vedi, tutti gli oggetti hanno la loro storia particolare.

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E la lavorazione di questi oggetti è tanto complessa?
Sono tutti pezzi fatti a mano: ecco, questa è una specialità e qualche volta un limite di questo laboratorio. Oggetti così non li puoi ottenere con un calco; ottieni cose di una qualità molto minore.
Alcuni oggetti li creo per portare avanti il laboratorio, però in effetti non ci riesco a guadagnare.

Ma i segni disegnati sulle tazze? Cosa significano?
Beh, c’è la mia firma AP, la data, e su alcuni pezzi disegno delle Rune: le Rune sono un antico alfabeto divinatorio usato al tempo dei Celti, ma pare anche qui in Veneto. Erano utilizzate per mettersi in contatto con le divinità.

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Un’altra cosa che mi incuriosisce è che c’è una selezione di componenti che vengono impastati, lavorati poi cotti: sembra quasi di cucinare. Questa dimensione la vivi in modo particolare?
Inizialmente non ci avevo pensato, non l’ho mai trovata una dimensione particolarmente interessante. Me ne sono accorta ultimamente, un anno fa, per gioco: suonava così bene ceramica-cucina-cibo e costruisco così spesso oggetti per la cucina, che mi sono resa conto che esiste questa similitudine ed ho lavorato su un progetto che si chiama Ceramica e cibo, che porterò avanti anche quest’anno. Ceramica e cibo è nato dalla deduzione che ci sono tante similitudini tra questi due mondi; la scoperta più piacevole è che posso invitare persone di paesi differenti a fare la parte del cuoco, e quindi lavorare ad oggetti che provengono da culture diverse. Ho trovato che quando questo lavoro funziona è veramente una condizione che favorisce l’incontro tra persone: da incontri come quelli proposti da ceramica e cibo emergono ricordi che tutti hanno, io che sono italiana così come un libanese o un senegalese; ad esempio con un amico del Senegal ci siamo emozionati a ricordare il contenitore dell’acqua che esisteva nelle nostre infanzie, ed in quel momento ho proprio sentito cadere le barriere che noi tutti, consapevolmente o meno, costruiamo con le persone che vivono tanto lontano.  

Com’è il rapporto con il quartiere? Ci si aiuta, ci si confronta?
Se devo essere onesta, non più di tanto: c’è stata una riunione per capire come agire nei confronti del problema che abbiamo con la fognatura; noi regolarmente, in estate, corriamo il rischio di venire sommersi dal fango, perchè i tombini sono insufficienti e tutta l’acqua dalla collina scende qui nella via! Ecco, questo è un problema che andrebbe risolto e di cui si parla solo in campagna elettorale!

 

 

 

 

 

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