‘Cosi Dunci’ che in siciliano significa cose dolci, sarà il titolo di questo diario che prende il nome da una tipica pasticceria alla quale faccio visita tutti i giorni da quando sono arrivata.

 

Cari lettori, per avere una maggiore comprensione dei fatti qui riportati, è mio dovere informarvi che per tutta la durata dell’esperienza alla Farm Cultural Park, sarò affiancata da una personcina a me ormai cara.

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Lei è Ilaria, entrambe qui con lo stesso progetto, siamo arrivare insieme e pare che c’è ne andremo insieme. Viviamo sotto lo stesso tetto, fianco a fianco ogni sacrosanto giorno. Prima di mettere piede sull’isola io, a Ilaria, mica la conoscevo. Ci siamo incontrate all’aeroporto di Catania e abbiamo viaggiato insieme in autobus fino ad Agrigento. Lei ha dormito per tutto il tragitto mentre io guardavo fuori dal finestrino, non molto di compagnia ma cento volte meglio di una noiosa logorroica. Ilaria è della provincia di Avellino e si occupa di design e autocostruzioni – insomma una creativa vera, ama sottolineare che non è un architetto – con tutto il rispetto – dice lei. Io e Ilaria viviamo in una residenza dalla Farm Cultural Park, dietro la chiesa di San Vito proprio sotto il calvario a cinque minuti a piedi dai sette cortili. Si tratta di una piccola casetta ristrutturata open space. I vetri delle porte e delle finestre sono ricoperti da una pellicola magenta che colora l’ambiente sulla tonalità del rosa. Non vi nego che appena entrata ho avuto alcune perplessità a riguardo, che ovviamente non ho espresso, ma fortunatamente non è stato difficile abituarmici ed ora in questo mondo roseo ci sto addirittura bene. Il quartiere è abbastanza singolare, almeno per una lacustre veronese come me. Nulla di male davvero, diciamo che lo ritengo molto scenico, un set design interessante, sicuramente di ricerca.

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Mi piace molto stare qui, anche dopo le raccomandazioni di Lorenzo, assiduo frequentatore dei sette cortili. Lorenzo partecipa alle lezioni della scuola di architettura per bambini con cui collaboro, ha 11 anni, pratica Parkour ovunque si trovi, si aggrappa tra una ringhiera e l’altra saltando sui tavoli e le panche dei cortili con un’agilità sovrumana. Mangia rigorosamente hamburger, pizza con la Nutella e taralli dolci, tifa Inter e quando parla in siciliano stretto io proprio non lo capisco ma ha una mente molto brillante, diciamo si fa voler bene un pò da tutti così da poterlo considerare la mascotte della Farm. Lorenzo ci racconta che a San Vito, come un pò in tutto il centro storico di Favara, si sono radicati ormai da molti anni una stirpe che si pensa provenire dall’est Europa, la gente del posto gli hanno attribuito il nomignolo di linticchieddi. Francamente non ho ancora ben inquadrato le caratteristiche di questi personaggi, Lorenzo nel descriverli è stato abbastanza vago, credo che la mia comprensione sia limitata anche perché alcuni termini io non li conosco. Lorenzo dice: ‘i linticchieddi fanno cosi tinte’ – ossia ‘cose cattive’ che vuoi dire tutto e niente, inoltre fino ad ora ho potuto sentire differenti versioni su questa popolazione quindi per l’occasione ho svolto alcune ricerche.

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Il Giornale di Sicilia in un articolo scrive: ’In Origine questa etnia proveniva dalla regione di Ohrid, in Macedonia, a confine con l’Albania. Sembra che alcune famiglie della zona per sfuggire alle persecuzioni turche, si spinsero oltre l’Adriatico, stabilendosi nel territorio calabrese, nei pressi di Vibo Valentia. Queste famiglie vivevano essenzialmente di pastorizia, anche se non disdegnavano certe attività illecite e ladresche a discapito degli autoctoni, successivamente furono costretti ad abbandonare il territorio, su sollecitazione degli abitanti che mal tolleravano i loro costumi e i loro arrangiamenti. Così intorno al 1550 giunsero nella costa agrigentina, distribuendosi lungo le aree geografiche di Eraclea Minoa, Siculiana e Realmonte. Questa etnia perseverò ostinatamente nelle solite attività di arrangiamento poco gradite alle popolazioni del luogo, le quali reagirono isolandola ai margini della società.In seguito, intorno al 1572 si stabilirono definitivamente nelle grotte di S. Rocco, a circa 700 metri dal casale di Favara e dal castello di Chiaramonte. Circoscritti all’interno di tali grotte, conducevano un’esistenza ancora tribale, regolata da proprie norme e consuetudini, spesso aliene ad ogni logica di legalità. Si racconta che una sera, saccheggiando i magazzini del castello, adibiti a depositi di cereali, riuscirono con grande astuzia e maestria ad impadronirsi di decine e decine di sacchi di lenticchie. Dal momento che i sacchi furono ritrovati nelle grotte di S. Rocco, tutte le accuse caddero sui nuovi arrivati, i quali ricevettero dispregiativamente l’attributo di linticchieddi.’ Insomma, probabilmente questi signori non sono dei santi ma una cosa è certa, cucinano leccornie locali da sogno. Gli odori di carne al sugo, spezie, aglio soffritto e verze bollite fuoriescono dalle loro finestre tutti i giorni, deliziandomi l’olfatto, mentre percorro la via di casa.

 

Silvia Forese

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