A un mese da Supercontinent², la XXXVII edizione del festival Drodesera, presso la Centrale di Fies (Dro, TN) tracciamo un bilancio della nostra visita e della nostra esperienza. C’è voluto un mese, perché fa caldo prima di tutto e perché le informazioni da processare erano veramente tante. Premessa: era la primissima volta che visitavo il festival, che a quanto pare è alla sua TRENTASETTESIMA edizione. Abito a Verona da più di dieci anni – fatta eccezione per un periodo all’estero – quindi mi domando come ho fatto, io che ho studiato e mi occupo di arti visive contemporanee, a non sapere dell’esistenza della Centrale di Fies, del festival e di questo mega progettone sulle arti performative che esiste dagli anni ’80 e che da allora si è evoluto a dismisura includendo un programma di residenze (“AUGMENTED RESIDENCY” come le chiamano loro), progetti di didattica per avvicinare i più piccoli alle professioni legate al mondo dell’arte (non a caso hanno scelto di chiamarlo “Enfant Terrible”), una collezione in continua espansione di materiali legati al mondo della performance.

“Mea culpa, forse sono una capra più che un salmone.”

Rodrigo Batista_photo credits Alessandro Sala

Rodrigo Batista_photo credits Alessandro Sala per Centrale Fies_Live Works vol 6

Allora visto che forse anche alcuni di voi non conoscono questa realtà o magari sì ma non ci sono mai stati, vi vogliamo raccontare un po’ di cose su Fies, così l’anno prossimo ci andiamo tutti insieme. Potrà spaventarvi l’idea che si tratti di un “festival per le arti performative”, a sentirlo dire sembra una cosa super difficile, impossibile da capire, magari un po’ noiosetta, per gente super colta che ti guarda dall’alto in basso.

Non è così:

c’è anche un giardino dove bere birrette all’aria aperta (che costano anche incredibilmente poco ma fate bancomat prima di partire perché lì non c’è e potreste rimanerci molto male) e ascoltare musica figa con dj fighi fino a notte fonda. Ma le birrette economiche non sono l’unico motivo per cui raccomanderei a tutti – anche a chi non sa proprio nulla di arte, performance, teatro e simili – di andare a farsi un giro al festival Drodesera.

Ci sono infatti almeno altri 3 ottimi motivi:

1. La location spettacolare:

una centrale idroelettrica inserita nel biotopo delle Marocche, una delle più importanti testimonianze di archeologia industriale del Trentino che per metà funziona ancora e nell’altra metà al posto di produrre energia elettrica si produce energia creativa. Centomila punti alla location! Sembra un castello, ma non lo è e si offendono se ti sbagli quindi occhio. Hanno fatto anche degli striscioni enormi sulla facciata che dicono “this is not a castle” così lo sai già prima di entrare. Anche perché nei castelli di solito si facevano cose parecchio noiose mentre nelle centrali idroelettriche ci si diverte e basta. Quindi ecco: natura incontaminata tutto intorno, con queste enormi montagne che ti fissano e ti ipnotizzano + mega edificio di archeologia industriale interamente recuperato e riqualificato (ma senza perdere identità) per essere riconvertito in “centro di produzione delle arti e sede del primo incubatore culturale based italiano” (che poi oggi va molto di moda ridestinare ad attività artistiche e culturali gli spazi di archeologia industriale, ma quando è nato questo progetto era una novità assoluta);

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2. L’esorbitante quantità di attività

per tutti i gusti e tutti i palati. Questo è un pregio ma anche un po’ un difetto perché rischi l’effetto “indigestione”: tante proposte una dietro l’altra e alcune contemporaneamente che ti senti come in una centrifuga e corri di qua e di là per vedere tutto ma ti viene anche un po’ l’ansia. Però i festival, si sa, sono così. Poi non capisci bene “cosa è dove” e rischi di fare confusione. Quindi, se vuoi vederti tutto, meglio prepararsi un planning da casa in modo da arrivare preparatissimi, studiatissimi e pronti all’attacco. In verità non è neanche necessario vedere proprio tutto, per esempio io sono andata con il mio ragazzo, che quando ha visto balenare nei miei occhi il classico sguardo da psicopata “facciamo tutto, vediamo tutto, corri corri” mi ha riportata alla ragione convincendomi del fatto che 3 o 4 spettacoli su 6 andavano più che bene se volevamo anche goderci il famoso praticello con le birrette (nonostante la pioggia, che sfiga! Portatevi l’ombrello perché pare che a Fies piova sempre almeno una volta. È una tradizione. Io non ce l’avevo e me la sono presa tutta mentre l’addetta stampa cercava di spiegarmi le ventimila cose da vedere, fare etc. etc.);

Cosmesi fa un disco_COSMESI

3. La possibilità di fare qualcosa di “diverso”

sentendosi anche fighi perché ti diverti imparando molte cose che non avresti mai immaginato.

Come dicevo Fies NON è solo per “addetti ai lavori” e anche chi non ne sa proprio nulla di performance e arte e teatro può godersi gli spettacoli e scoprire cosa combinano sia in Italia che all’estero. Fies infatti è un vero catalizzatore: negli anni è diventato un punto di riferimento a livello internazionale. È quindi un’occasione di incontro e confronto molto importante che offre contemporaneamente un’ottima possibilità di far conoscere le bellezze del Trentino a tutto il mondo. Il bello della performance e del teatro poi è quello di parlare un linguaggio che non necessariamente presuppone un background specifico.

Giovanni Morbin_Performance_Concerto a perdifiato_ph credits Roberta Segata

Giovanni Morbin_Performance_Concerto a perdifiato_ph credits Roberta Segata

Certo se ne sai a pacchi puoi anche fare maggiori valutazioni sul lavoro e sulla ricerca di quell’artista o di quel collettivo, ma anche se non ne sai nulla puoi benissimo goderti lo spettacolo. Prima di tutto hanno una durata media tra i 30 minuti e un’ora quindi non devi più di tanto mettere alla prova la tua capacità di resistenza e poi spesso chi lavora in quest’ambito porta un’esperienza, propria ma anche universale, cerca il confronto con il pubblico per testarne le reazioni, offre spunti di riflessione che ognuno può sviluppare in base a ciò che sa e a ciò che è. Che poi è quello che fa tutta l’arte ma mi rendo conto che forse è più facile assistere a una performance o a uno spettacolo teatrale che visitare soli soletti una mostra con tutti quegli oggetti (apparentemente) muti che ti fissano dalle pareti e dai pavimenti e sembrano giudicare la tua difficoltà nel comprenderli. La performance utilizza un linguaggio che cattura più facilmente l’attenzione del pubblico perché nella performance succede qualcosa.

Noi, generazione dell’immagine in movimento e della noia facile, cresciuti a pane e tv, non sopportiamo la staticità e abbiamo il livello di attenzione di un pesce rosso (tranne i salmoni, quelli sono attentissimi e ipericettivi). Infatti non so nemmeno perché continuo a scrivere visto che ben pochi avranno la pazienza di leggere tutta questa sbrodolata: era meglio fare un video in cui dire “Fies è molto bello, andateci” e tutti lo avrebbero visto e l’anno prossimo pulmanate Verona-Dro per andare a vedere le performance.

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Ora, cercando di stringere visto che il capo redattore mi ha detto “2000 battute sono già tante” e siamo a 6876 spazi inclusi, veniamo alla ciccia (ma neanche troppo). C’è da dire che quando ho saputo di Drodesera e la Centrale di Fies mi sono parecchio emozionata e documentata sulle cose meravigliose che sono successe da quel lontano 1981 in cui una coppia di visionari – Barbara Boninsegna e Dino Sommadossi – pensò di aprire in Trentino un centro per le arti performative. Erano anni ruggenti per la performance, che aveva sparato i suoi colpi migliori e più sconvolgenti negli anni ’60 e poi ’70 con Allan Kaprow e i suoi happening, Yoko Ono che si faceva tagliare i vestiti, Joseph Beuys con le sue “Azioni”, Chris Burden che si legava ai maggiolini e Marina Abramovic che andava alla ricerca di nuovi stati percettivi tra i nativi dell’outback australiano o nei templi tibetani, ma continuava a crescere ed evolvere. L’Italia non era proprio in primissima linea e se volevi trovare della ricerca un po’ più d’avanguardia e un contesto meno provinciale e più internazionale dovevi andare a Roma o a Milano (un pochino è ancora così purtroppo anche se sono sorti diversi poli di attrazione in vari luoghi anche periferici, come Dro appunto).

“Quindi pensare a un festival dedicato alla performance in Trentino negli anni ’80 è stata veramente un’idea ardita ed è sorprendente pensare a come l’amministrazione comunale abbia dato pieno sostegno all’iniziativa.”

Bravi! Detto questo nel ripercorrere la storia del festival ho avuto un pochettino l’impressione che le energie siano andate calando e piano piano Drodesera si è per così dire “normalizzato”. Certo le proposte sono sempre di alto livello e anche quest’anno ci sono state prime nazionali di tutto rispetto, come Unforetold di Sarah Vanhee per citarne una della giornata di sabato 28 luglio, che è quando sono andata io. Un lavoro molto poetico sulla “costruzione del buio” creato in collaborazione con il centro d’arte belga CAMPO e che ha portato in scena sette bambini impegnati in una regressione all’archetipo (un’ora di buio e quasi silenzio in cui scopri che il pubblico non è in grado di mantenere la concentrazione e stare fermo e zitto). Ma in generale l’impressione è un po’ quella dei “già visti” e quindi credo sia stato un festival molto soddisfacente per le new entry del settore e un pochino meno per chi bazzica il mondo dell’arte e del teatro da un po’. Per esempio, Philipp Gehmacher ha portato un lavoro nuovo per il panorama italiano, ma era già stato a Dro l’anno scorso, oppure Giovanni Morbin – a cui Drodesera ha dedicato una mostra e che è stato guest performer – è un’artista che stimo molto e seguo abbastanza ma… non lo avremo visto già moltissime volte tra Veneto e Trentino in particolare? Diciamo che mi ero fatta l’idea che la Centrale di Fies fosse un catalizzatore del nuovo, un luogo dove andare a scoprire cosa succede nel mondo della performance oggi.

Forse la verità è che succede poco?

Certo negli anni ’60, ’70 e ancora negli ’80 chi decideva di lavorare con questo medium era un visionario e il pubblico ne rimaneva strabiliato, terrificato, meravigliato, disgustato, commosso, colpito e via con tutta la gamma delle emozioni. Oggi stiamo un po’ stagnando in una situazione in cui all’artista fare qualcosa di nuovo sembra impossibile e lo spettatore ha effettivamente già visto tutto. È difficile trovare intensità in una ricerca, autenticità in un progetto ed è ancora più difficile lasciarsi meravigliare. Detto questo direi che il nostro bilancio si può chiudere più che in positivo con la promessa di tornare a Dro l’anno prossimo e la speranza che ci veniate anche voi!

07_Ursula Mayer_photo credits Eleonora Tinti per Centrale Fies_Live Works vol 6

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