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Audizione alla Commissione Cultura del Comune di Verona
Alessandro Anderloni

Buongiorno. Ringrazio la presidente Daniela Drudi per questo invito a parlare di musica, teatro e cinema a Verona, ringrazio l’assessore alla cultura Francesca Briani, le consigliere e i consiglieri della Commissione Cultura.

Il mio è uno sguardo esterno. O meglio, è uno sguardo dall’alto, in senso altimetrico naturalmente, abitando io in Lessinia e guardando questa città da quella prospettiva. Dall’alto, l’orizzonte è più ampio e permette di vedere dal di fuori ciò di cui non ci si accorge trovandosene dentro. Se in questi giorni di un settembre splendido siete saliti in Lessinia a camminare, avrete visto con i vostri occhi la cappa di smog che ristagna su Verona. Può capitare di non accorgersi di vivere nello smog e di rendersene conto solo quando dallo smog si esce (per maggiori info: Meteo Caprino Veronese ) .

Il mio è anche uno sguardo di una persona poco coinvolta direttamente nei fatti teatrali, musicali e cinematografici di Verona. Infatti non ho in questo momento incarichi o direzioni artistiche rilevanti nella città di Verona, se non qualche splendido piccolo progetto: in carcere con Il Teatro del Montorio ( non il classico teatro ) e con la compagnia di teatro il lingua tedesca Goethes Verona-Bühne. Non ho nemmeno mai chiesto o avuto incarichi dal Comune di Verona, al quale non mi sono mai rivolto per chiedere cortili, palcoscenici, sedie, transenne, bagni chimici e contributi.
Anzi, a dire il vero una volta è capitato, saranno quindici anni fa, quando il Comune di Verona ha permesso ai bambini e alle bambine della scuola elementare di Selva di Progno di mettere in scena in Piazza Erbe lo spettacolo “Ai bancheti de Piassa Erbe”. Era il tempo in cui infuriava la polemica sul togliere o non togliere i banchetti di allora, che, ricorderete, erano strutture fisse, e di sostituirli con i barconi spostabili di oggi. I piccoli attori e attrici recitarono davanti a seicento persone in Piazza Erbe. E fu entusiasmante. Lo spettacolo era dedicato al Crea ( da L’Arena.it ) , il barbone che nella bellaVerona venne ucciso, come dichiararono i suoi assassini, «per divertimento». Il personaggio principale era ispirato alla Tina, l’indimenticabile Tina che puliva e vendeva i ciòcoli nel suo banchetto accanto alla Berlina. E chi se la ricorda più, a Verona, la Tina? E chi si ricorda più dell’antico mercato di Piazza Erbe cantato da Berto Barbarani e dipinto da Angelo Dall’Oca Bianca, a Verona che pure oggi è “la capitale mondiale dei mercatini tutto l’anno”? Ma il mercato di Piazza Erbe era un’altra cosa.

Dunque, cercherò di abbozzare un sintetico e necessariamente lacunoso stato del teatro, della musica e del cinema a Verona, dando maggior spazio alla prosa, materia di cui mi occupo da più tempo, e scusandomi delle possibili dimenticanze, senza arrogandomi il diritto di dare giudizi anche se non mi asterrò dal dare il mio parere. Starò attento altresì a non urtare la suscettibilità dei veronesi che sono notoriamente dei permalosi. Ogni qualvolta si parli a Verona di qualche aspetto di violenza o di intolleranza, c’è sempre qualcuno che risponde: però a Verona c’è tanto volontariato. Così, ogni volta che si avanza qualche suggerimento o qualche timida critica sullo stato della cultura a Verona, c’è subito chi controbatte: però a Verona ci sono l’Arena e Romeo e Giulietta. Ecco, non parlerò, per una volta tanto, né dell’Arena né di Romeo e Giulietta che meriterebbero semmai molto più tempo di quello che abbiamo a disposizione e competenze diverse rispetto alle mie.

Mi perdonerete, invece, se raccontando della realtà teatrale, musicale e cinematografica di Verona, mi aiuterò con qualche esempio preso fuori della mura della città.

Perché, non me ne voglia il vecchio William, a volte ho l’impressione che i veronesi abbiano preso proprio alla lettera quel celebre passo inciso sulla tutto sommato bruttina lapide apposta all’orologio della Bra: «There is no world without Verona walls». Verrebbe da dire, invece, che c’è tanto mondo fuori delle mura di Verona e che forse i veronesi avrebbero bisogno di affacciarsi più spesso dalle loro mura, per vederlo.

Partiamo dal cinema. A Verona, se non ricordo male, hanno chiuso in tempi recenti, otto sale cinematografiche: i cinema Marconi, Corallo, Capitol, Ciak, Astra, Filarmonico, Stimate (che aveva tra l’altro il più antico cineforum della città) e Mazziano. E permettetemi un moto di rimpianto per aver perso quel piccolo, poetico cinema in Via Madonna del Terraglio, la vera sala d’essay di Verona.

In città restano in attività dieci cinema: K2, Fiume, Diamante, Pindemonte, Alcione, Rivoli, Aurora, Santa Teresa, San Massimo e San Michele. Di questi dieci, i primi quattro (K2, Fiume, Diamante e Pindemonte) ( http://www.cinemafiume.tweeboo.com/index.html ) fanno in qualche modo riferimento al medesimo soggetto gestore che di conseguenza è anche il medesimo che ne cura la programmazione. Il fatto di gestire più cinema, e nel caso di Verona quelli più importanti e che ospitano i maggiori cineforum oltre che, il K2, il ciclo I Martedì d’Essay, permette al gestore, per complessi meccanismi di distribuzione che non ho il tempo di approfondire, di far valere la propria posizione e di disporre di quasi tutti i film in prima visione. In altre parole, a Verona un solo gestore decide come e dove proiettare quasi tutti i film nuovi che escono nelle sale. Ecco che a San Massimo, a Santa Teresa, a San Michele o all’Aurora i film arrivano sempre in seconda visione, attirando necessariamente un pubblico minore rispetto alle prime visioni.
E le altre istituzioni cinematografiche veronesi? C’è il Circolo del Cinema, innanzitutto. Storica e benemerita istituzione, fondata dall’indimenticabile Pietro Barzisa nel 1947, giunta al settantaduesimo anno di attività. Circolo che è il baluardo del buon cinema a Verona e che ha, tra gli altri, il merito di aver avviato un rinnovamento, affidando una programmazione indipendente e intelligente a due giovani professionisti. Circostanza più unica che rara, questa, di dare spazio ai giovani, in una paese in cui tutti parlano di giovani ma pochissimi anziani si fanno da parte per permettere ai giovani, almeno finché sono giovani, di rivestire ruoli di responsabilità.

Veterano dei festival cinematografici della città, è il Festival del Cinema Africano fondato nel 1981 da Nigrizia e dai Missionari Comboniani e arrivato nel 2018 alla trentottesima edizione che, come si può leggere sul sito della manifestazione, si svolgerà a novembre nei teatri Stimate, Santa Teresa e Camploy, ma immaginiamo che quest’anno, per i noti fatti di cronaca, questa sede non sia più disponibile per il Cinema Africano ( da L’Arena.it e da veronasera.it ). Un peccato, visto che non c’è quartiere più adatto di Veronetta per questo Festival, né Festival più adatto per quel quartiere dove Verona tenta faticosamente di costruire il proprio futuro di città multietnica e multiculturale e dove molti degli abitanti di origine africana, nonché di altri paesi del mondo, hanno la loro residenza, lavorano, studiano e convivono con i veronesi di più lunga data. Il Festival del Cinema Africano da quasi quarant’anni è voce delle culture, storie e religioni che vivono in quel quartiere. Veronetta e Verona perdono un’opportunità.

Nel 1996, prendendo il posto della Settimana Cinematografica Internazionale, nacque a Verona, la “città dell’amore”, Schermi d’Amore, festival del cinema sentimentale e melò promosso dal Comune di Verona, che diede spazio ad autori importanti, con qualche prestigioso ospite, fino alla quattordicesima edizione del 2010 quando, anche per la defezione del principale sponsor, si interruppe, trovando continuazione nelle rassegne Verona Film Festival e Martedì del Festival. Significativo che le istituzioni pubbliche veronesi non siano riuscite allora a sostenere il Festival quando che esso perse il suo sponsor. Significativo e positivo che il Comune di Verona oggi voglia far ripartire il Festival che, dopo l’anteprima al Teatro Romano la scorsa estate con il titolo “il filo ritrovato”, tornerà il prossimo febbraio al Teatro Ristori. E siamo curiosi di leggere il programma.

A lato di Schermi d’Amore nacque anche Corti per Piccoli, una bella rassegna del Comune di Verona dedicata a cortometraggi e animazioni d’autore per i bambini della scuola dell’infanzia e primaria la cui ultima edizione si è svolta in aprile al Cinema Alcione.

È arrivato alla ventiquattresima edizione il San Giò Festival, finestra alternativa sul cinema di ricerca, di sperimentazione, di avanguardia, o meglio sul cinema tout court, che resiste grazie alla caparbietà e alla grande competenza del suo fondatore e direttore che ci spiace non leggere più sul principale quotidiano della città. Nel mese di luglio si è tenuto, in quel luogo di cultura che è la Dogana Vecchia dei Filippini, il Bridge Film Festival, una manifestazione giovane negli anni e nello spirito, a cui il Comune di Verona spero guardi con interesse e cerchi di sostenere anche economicamente. Un’altra bella rassegna in città è Mondovisioni, curata dalla rivista Internazionale, che ha trovato spazio al Cinema Teatro di San Michele. Giovedì si inaugurerà la quarta edizione di MediOrizzonti, rassegna di cinema mediorientale organizzato da diverse associazioni del quartiere di Veronetta. In un altro quartiere, Borgo Venezia, sta nascendo il Believe Film Festival dedicato a cortometraggi realizzati da giovani tra i 13 e i 19 anni. Tanti piccoli festival, tutti indipendenti, anche nel budget.

Non definirei invece “Film Festival della Montagna” quello ospitato da qualche anno alla Gran Guardia, trattandosi, a ben guardare, di una rassegna preconfezionata che un’azienda privata bergamasca propone come “pacchetto” a diverse città italiane. Molto più seria è la rassegna Altremontagne organizzata dal CAI Sezione Cesare Battisti arrivata nel 2018 alla quindicesima edizione al Teatro Stimate.

La musica. Escludendo, come dicevo all’inizio, l’Arena e il suo immenso e imprescindibile patrimonio: la lirica – ma Verona si rende davvero conto del patrimonio che è il Festival Lirico? Non so – per la musica è doveroso partire dall’Accademia Filarmonica la cui storia inizia nel 1543. Il Settembre dell’Accademia 2018 è il 475o ed è la rassegna di musica sinfonica per eccellenza della città. Peccato che settembre, passatemi l’espressione, duri troppo poco e che l’Accademia non abbia la forza di essere più presente durante il resto dell’anno.

Al Filarmonico trova spazio, oltre alla lirica, anche la stagione sinfonica della Fondazione Arena di Verona di cui però ad oggi, due ottobre, non è ancora dato sapere il programma invernale che sul sito della Fondazione Arena è annunciato con un laconico “presto disponibile”. Ma dell’Arena… andiamo avanti.

Con grande anticipo, un anticipo direi tedesco, è stato invece diffuso il programma del Teatro Ristori che con l’attuale direzione artistica ha puntato in maniera decisa alla musica, in particolare a quella barocca ma non solo, consolidando la rassegna invernale di jazz e il programma concertistico. Al Ristori ha trovato casa e ampio spazio l’istituzione musicale veronese guidata dallo stesso direttore del Teatro, I Virtuosi Italiani, che molto spazio ha avuto e ha anche nella Sala Maffeiana con la stagione concertistica arrivata alla diciannovesima edizione. Non soltanto per la musica, ma anche per la danza e in parte per la prosa, il Ristori è uno dei più vivaci spazi culturali della città, grazie al cospicuo investimento che la Fondazione Cariverona mette in campo finanziando in toto le spese artistiche e di gestione, con progetti dedicati alle nuove generazioni e un ricco programma educational per le scuole e con le scuole. Tanto di cappello.

Al Ristori si svolge anche la programmazione degli Amici della Musica. Fondata nel 1909 è la più antica associazione concertistica di Verona che ha in parte sofferto della concorrenza dello stesso Teatro che la ospita. Oltre alla stagione concertistica, l’associazione promuove iniziative e collaborazioni, in particolare con il Conservatorio dall’Abaco. Il Conservatorio che è la principale istituzione educativa di Verona, ma che ho l’impressione venga valorizzata meno che in altre città. È nel Conservatorio che si costruisce il futuro musicale della città.

Vado veloce, perché il tempo a disposizione è poco. Quali sono i principali festival musicali cittadini, Arena esclusa? E sottolineo: festival, non eventi. Perché questa città, permettetemelo, che sembra essersi ammalata di “eventite”, quando l’evento, nel suo essere esclusivo ed estemporaneo, dialoga poco col tessuto cittadino. Verona diventa troppo di frequente solo un contenitore che ospita grandi eventi, magari con grande clamore mediatico, ma con l’impressione che tutto arrivi, accada e se ne vada senza aver nemmeno sfiorato la città, non aver inciso per niente nel tessuto culturale, né in quello sociale. Tutto resta come prima. Un festival, invece, e quindi un cartellone di tanti eventi in tanti spazi, lascia un segno proprio in quanto dialoga, coinvolge, stimola quello che un qualsiasi politico, di qualsiasi partito, chiamerebbe il territorio. Ah, il territorio!
Il dialogo con la città è quello che manca al Verona Jazz che così com’è oggi si risolve in grandi eventi al Teatro Romano, dove, tra l’altro, il concetto di musica jazz è molto elastico, a meno che qualcuno riesca a convincermi che Massimo Ranieri sia un jazzista e possa figurare nello stesso programma accanto a nomi di veri jazzisti. Ma soprattutto Verona Jazz non entra nella città, non decentra nessun evento in piazze, locali, giardini, cortili come fa, per esempio, il vivacissimo Vicenza Jazz che a maggio invade felicemente una città intera di concerti. A Verona, invece, i grandi e prestigiosi spazi sembrano attrarre irresistibilmente per i grandi eventi. Tutto è grande a Verona: il grande jazz, la grande musica, le grandi mostre, il grande teatro, la grande bellezza. E i piccoli? Ma ne riparlerò per la prosa.
Oltre a Verona Jazz, dell’Estate Teatrale Veronese finanziata dal Comune di Verona, fa parte da qualche anno il Festival musicale Rumors. Non è chiaro se sia il direttore dell’Estate Teatrale Veronese a fare le programmazioni di questi due festival di musica, o e se esse siano affidate a soggetti esterni e in questo caso con quale tipo di incarico, trattandosi di un incarico conferito da un ente pubblico con ciò che ne consegue. Entrambi i festival, inoltre, pare facciano riferimento allo stesso soggetto organizzatore. E qui si ripropone, come per il cinema, una situazione di concentrazione nelle mani di un unico soggetto di due grandi rassegne musicali, perché il terzo grande festival, il Verona Folk che esordì ospitando davvero i migliori artisti del folk mondiale, sembra faticare un po’, pur essendo alla quattordicesima edizione. Peccato. D’altronde i festival di musica nascono e muoiono quando gli enti pubblici non li finanziano più, e in Lessinia ne sappiamo qualcosa.

E i “piccoli” concerti? Dove si può fare a ascoltare musica dal vivo a Verona? Non c’è tempo per raccontare la Verona degli anni Ottanta con Il Posto – ricordate Il Posto? – e confrontarla con quella che è diventata negli anni Duemila. Oggi, per ascoltare musica dal vivo si va alle Cantine dell’Arena, al Colorificio Kroen in ZAI, agli eventi organizzati dall’Emporio Malkovich. E c’è poco altro. Si andava ad Avesa a seguire la caparbia e spassionata programmazione de La Fontana che, non a caso, si è dovuta trasferire a San Pietro Incariano. Una splendida rassegna era La Valigia dei Suoni organizzata dall’Istituto delle suore Campostrini. Sospesa anche quella nel 2018.

A Verona ci sono alcune osterie dove si fa musica, e sono quasi tutte a Veronetta (ah, questa problematica Veronetta, sempre lei!) (scarica qua la mappa di Veronetta, ndr), ci sono poi i piccoli circoli culturali. Ma non è facile far musica nei locali a Verona, perché i veronesi sembrano essere un po’ insofferenti alla musica dal vivo, che disturba le loro notti. E i media sono solerti a riportarne le lamentele che invece, stranamente, pare non esistano proprio per le serate di musica d’ogni genere e per i decibel sparati nel cuore della città dai concerti in Arena. Ma ho detto che di Arena non parlo.

A Verona gli spazi “piccoli” dove si fa musica dal vivo sono pochi, eppure sono così affascinanti, e avrebbero tanto bisogno di essere valorizzati. Verona non si stanchi mai di investire nelle mura e nei bastioni che Legambiente e altre associazioni di volontariato mantengono vivi, nell’imponente Porta Palio gestita dalla Società del Mutuo Soccorso, al misterioso Lazzaretto preservato dal FAI, a Villa Buri con il suo splendido Cantiere dei Nuovi Mondi, nell’auditorium in riva all’Adige della Dogana custodita dal Canoa Club, alla vivacissima Balera Veronetta. (E ancora, con questa Veronetta! Ma non era il quartiere che bisogna valorizzare? Eppure mi sembra già il più vivo della città.)

Per i musicisti di strada invece in questa città tira una brutta aria. La mia è un’opinione personale, sia chiaro, ma multare con 516 euro il musicista che nell’estate 2016 “disturbò” Verona con ben due pezzi suonati per strada, è proprio un “benvenuto nella città dell’Amore”. Si poteva ammettere che il malcapitato chitarrista spagnolo non fosse a conoscenza dei dettagli del “Regolamento per artisti di strada” consultabile sull’apposita pagina del sito del Comune di Verona.
Insomma, si può dire tutto, ma non che Verona incoraggi chi vuole fare musica dal vivo. Così le band giovanili si arrangiano come possono in garage, soffitte, capannoni sfitti, sperando nella tolleranza dei vicini.

Veniamo al teatro, e intendo al teatro di prosa. Da più parti si sostiene, anche se in tempi recenti nessuno si è preso la briga di fare un censimento dettagliato, che Verona, in rapporto al numero di abitanti, sia la città con il maggior numero di compagnie teatrali d’Italia, amatoriali, professionistiche o scolastiche che siano. Io che frequento, per lavoro e passione, un po’ di teatri in giro per Italia, qualche dubbio ce l’avrei. Se vi capita di passare per Napoli provate a farvi un’idea.

Sostengo che la grande spinta al fiorire di compagnie teatrali a Verona è stata data negli anni Settanta e Ottanta da Giorgio Totola, perché dalla sua “scuola di teatro” non sono usciti soltanto i figli e le figlie, ma molti che hanno poi proseguito con le loro compagnie che non sarebbero così numerose se non ci fosse stato Giorgio e se il Comune di Verona non concedesse da decenni spazi importanti, d’estate i cortili e d’inverno Teatro Comunale Camploy di… Veronetta, dove si tiene, o meglio dove si è tenuto fino alla scorsa edizione il Premio Giorgio Totola.

Mi trovo d’accordo con chi sostiene che concedere spazi teatrali pubblici secondo il criterio «basta avere sede nel comune di Verona» serva più per accontentare tutti che per favorire davvero il teatro. C’è che le compagnie veronesi si sono abituate a poter accedere a cortili e a teatri indipendentemente dalla qualità artistica delle proposte e dal numero degli spettatori. Alcuni vedono la concessione di questi spazi come un diritto inalienabile, e considerano il Comune di Verona come un “cortilificio” o un “palchificio”, sempre che lo stesso Comune di Verona non veda se stesso così.

Comunque sia, lunga vita al teatro amatoriale! E ve lo dice uno che ha iniziato e ancora affianca alla propria attività professionale, anche un’attività di teatro amatoriale che considera di grandissimo valore.

A Verona ci sono poi molte realtà teatrali paraOamatoriali o semiOprofessionistiche alle quali non mancano certo passione, coraggio, caparbietà e voglia di lavorare, soprattutto quando si tratta di inventare nuovi spazi. L’energia profusa in questi ultimi anni per creare, spesso mettendoci tanti soldi di tasca propria, nuovi e liberi spazi teatrali a Verona, è ammirevole. Alla domanda: perché? La risposta è: per la difficoltà di questo mondo semiOprofessionistico ad accedere agli spazi teatrali della città. Non perché essi manchino, ma per come vengono gestiti. Così a Verona sono nati la Fonderia Aperta, la Fucina Machiavelli, il MODUS, il Satiro OFF, Casa Shakespeare, Operaforte e altri spazi. Qui lavorano tanti miei colleghi e colleghe, e qui progettano, programmano, invitano, inventano, sognano, faticano. E tutto senza contributi pubblici, o quasi. Sugli esiti artistici di questo fermento teatrale ci sarebbe da approfondire, ma non qui.

A Verona lavorano tre realtà teatrali finanziate con soldi del FUS, il Fondo Unico per lo Spettacolo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo. Anzi quattro se aggiungiamo il Comune di Verona che nel 2018 ha ricevuto 111.644 euro per l’Estate Teatrale Veronese in quanto festival multidisciplinare. Le altre realtà finanziate dal FUS sono il Teatro Scientifico, 48.596 euro come “Impresa di produzione di teatro di innovazione nell’ambito della sperimentazione”, la Fondazione AIDA, 171.630 euro come “Impresa di produzione di teatro di innovazione nell’ambito del teatro per l’infanzia e la gioventù”, la Fondazione Atlantide Teatro Stabile di Verona, 282.098 euro come “Centro di produzione teatrale”. Il FUS sostiene progetti triennali, quindi queste quattro realtà potranno contare sul contributo del Ministero anche per il 2019 e 2020.
Il Teatro Scientifico, che quest’anno ha festeggiato all’Arsenale la cinquantesima stagione, è da considerarsi quindi la maggiore impresa di produzione di teatro di innovazione a Verona. Perché parla proprio di produzione il contributo del FUS. Così come parla di produzione per la Fondazione AIDA, con i suoi spettacoli in scena soprattutto al Teatro Stimate, dopo la lunga permanenza al Teatro Filippini. Di centro di produzione parla anche il contributo ministeriale concesso alla Fondazione Atlantide che, per il teatro, è senza dubbio il principale soggetto della città di Verona, non soltanto con le sue numerose produzioni, le sue tournée in Italia e all’estero, ma anche con la rassegna Divertiamoci a Teatro, con gli spettacoli di musica, di danza, di cinema, con le rassegne per le scuole, con i corsi e i laboratori di teatro, con la gestione del cinema teatro Alcione in Borgo Venezia, la rassegna teatrale di Art Verona e con molte altre iniziative, tra cui in futuro, forse un importante ruolo nella gestione della Casa e del Cortile di Giulietta. Tanta roba.

Ma a ben vedere, il principale soggetto teatrale per la prosa in città è lo stesso Comune a cui fanno capo tutti e tre i maggiori festival: l’Estate Teatrale Veronese inventata da Renato Simoni nel 1948, oggi dislocata al Teatro Romano e al Cortile Mercato Vecchio, la stagione invernale Il Grande Teatro al Teatro Nuovo e la stagione L’Altro Teatro al Teatro Comunale Camploy, e da quest’anno in altri teatri privati veronesi.
È il Comune di Verona che finanzia questi tre Festival, e le cifre sono a disposizione nei bilanci che sono pubblici, ed è il Comune che esprime la direzione artistica affidata allo stesso funzionario comunale che, come si evince dal suo curriculum a disposizione sul sito del Comune di Verona, è direttore artistico dell’Estate Teatrale Veronese dal 1974, del Grande Teatro dal 1986 e de L’Altro Teatro, con il titolo di “curatore”, dal 2004. Circostanza abbastanza singolare, se non unica nel panorama italiano, di un direttore artistico che è anche funzionario dello stesso ente pubblico che organizza i festival, o meglio che era, perché in pensione dal 2014, anno dal quale svolge questi tre onerosi, e immagino dispendiosissimi, incarichi, a titolo gratuito, con contratti annuali.

Il Festival Estate Teatrale Veronese, comprende lo storico “Festival Shakespeariano” (sono 927 gli spettacoli shakespeariani andati in scena dal 1948), gli spettacoli di prosa goldoniani, quelli di danza, il Verona Jazz, il Festival Rumors e gli spettacoli al Cortile Mercato Vecchio. Il Festival si avvale di diverse collaborazioni. L’ultima e interessantissima è quella con l’Istituto Nazionale di Dramma Antico di Siracusa, altre sono ormai storicizzate, in particolare quella con la Fondazione Atlantide che produce annualmente uno spettacolo al Teatro Romano e che gestisce la rassegna al Cortile Mercato Vecchio.

L’Estate Teatrale Veronese si avvale inoltre della collaborazione di ARTEVEN per alcuni degli spettacoli al Teatro Romano e per l’intera programmazione de L’Altro Teatro, o almeno una parte di essa. Non è così chiaro, essendoci compagnie a cui è riconosciuto il cachet e altre a cui è chiesto di partecipare “ad incasso”, prendendosi completamente il rischio d’impresa. Circostanza singolare, tanto più che non è dato sapere con quali criteri il Comune scelga quali compagnie pagare e quali no. Ma soprattutto: perché ARTEVEN? È l’unica in grado di farlo? L’incarico ad ARTEVEN passa attraverso un bando, una gara, una manifestazione di interesse, un affidamento diretto, trattandosi di un incarico pubblico? Ci sarebbe da approfondire.

Per riassumere, i tre enti coinvolti nelle tre principali rassegne di prosa di Verona sono il Comune, la Fondazione Atlantide e, in parte minore, ARTEVEN, mentre la direzione artistica delle tre rassegne è dello stesso direttore. Mi pare tanto in mano a pochi.

Altre realtà in qualche modo si “appoggiano” a questa struttura per portare avanti i propri progetti, come, in parte, Are We Human che raccoglie l’eredità di quello spazio letteralmente underground chiamato Interzona. E, permettetemi, allora sì, che dalla stazione frigorifera dei Magazzini Generali, transitò da Verona il futuro del teatro e della musica italiani ed europei. E ogni qual volta passo davanti a quello stupefacente capolavoro di archeologia industriale, la rotonda dei Magazzini Generali, penso a cos’è stata e a cosa diventerà: l’ennesimo “mangia e bevi” cittadino. Mai scelta fu tanto improvvida per la cultura a Verona.
Il tempo a mia disposizione è quasi finito, e mi rendo conto che avrei ancora molto da dire sul teatro veronese, oltre a quello che ho detto, che è già tantissimo. Ad ascoltarmi, verrebbe da pensare che Verona, se guardiamo ai numeri delle compagnie, dei teatri e dei festival, sia la capitale italiana del teatro. O no?

È che i numeri non dicono tutto. C’è di mezzo l’arte. Una domanda illuminante è questa: chi e che cosa parte dal panorama teatrale veronese e poi segna la novità delle scene italiane e internazionali? Quali produzioni? Per fare un esempio, è certo che Emma Dante sia un’autrice e regista che sta segnando la realtà teatrale internazionale, e complimenti sinceri a chi ha fatto sì che venga ospitato il suo meraviglioso Eracle al Teatro Romano. Ma quello è uno spettacolo prodotto a Siracusa, Verona l’ha solo comperato. Così come Verona ha consegnato il Premio Renato Simoni 2018 al superbo Roberto Herlitzka, forse il maggiore attore di teatro vivente in Italia, ma l’ultimo spettacolo con Herlitzka, il folgorante Minetti di Thomas Bernard, l’ha prodotto il Teatro Biondo di Palermo, per la regia di Roberto Andò che è pure il direttore artistico dell’Istituto Nazionale di Dramma Antico di Siracusa. Allora, dov’è che le cose accadono, a Verona o a Siracusa?

Accadono anche a Vicenza, se è per quello, dove dopodomani al Teatro Olimpico, un mostro sacro come Robert Wilson firmerà la regia di Edipo, coOprodotto dal Ciclo di Spettacoli Classici del Teatro Olimpico. Ora non vorrei passare per quello che vede l’erba del giardino del vicino sempre più verde che quella del proprio, ma a Vicenza, città che conosco bene perché ci lavoro (a differenza che a Verona), negli ultimi anni hanno presentato e prodotto loro spettacoli Peter Greenaway, Aleksandr Sokurov, Andrej Končalovskij, Eimuntas Nekrošius. Vi prego di credere che sono dei giganti del teatro, e sono passati dal Teatro Olimpico di Vicenza, non dal Teatro Romano.

Mi si dirà, e la faccio breve, «ma il Teatro Romano ha un target più popolare». Il Teatro Romano ha il target che si è voluto dare negli ultimi anni, perché ricordiamoci che nel 1991 dal Romano è passato Peter Brook, nel 1992 Jérôme Savary, nel 2007 Claus Peymann. E solo per citare gli stranieri, perché i più illustri artisti teatrali italiani sono passati quasi tutti dal Teatro Romano. E alla fine… alla finesono arrivati i Momix.

Ho tenuto per ultimo ciò che mi sta più a cuore: il coinvolgimento della città. Piccolo esempio che non ha a che vedere con le arti sceniche. Sabato sera al Filarmonico per il Premio Masi ho avuto il piacere di parlare con Cristian Greco, vicentino (guarda caso) direttore del Museo Egizio di Torino, considerato unanimemente tra i migliori direttori di museo non dell’Italia, ma del mondo. Sapete su cosa ha fondato il successo strepitoso del museo? Sui progetti con il carcere, con gli ospedali, con le scuole. Mi diceva che al Museo Egizio di Torino, nel periodo di punta, c’è una scolaresca in visita ogni sette minuti.

Ma torniamo a noi: cosa fanno le principali istituzioni teatrali veronesi, finanziate da soldi pubblici, per diffondere il teatro con i bambini, i ragazzi e i giovani? Notate che ho detto “con” e non “per” i bambini. È molto diverso organizzare rassegne per i più piccoli che non portarli loro stessi in scena. Magari nei quartieri, e non solo a Veronetta. Al Porto, a Borgo Nuovo, a Borgo Roma ci sono tanti bambini che avrebbero diritto di fare teatro, o no?

Coraggio, allora, guardiamo fuori dalle mura di Verona. Il festival di teatro di Sibìu, città della Transilvania poco più grande di Verona, ha organizzato nell’edizione di quest’anno più di quaranta laboratori, workshop e residenze teatrali e di danza. Al Festival di Napoli i laboratori di questa edizione sono stati frequentati da più di quattrocento giovani attori e attrici, a proposito di capitale italiana del teatro. Il direttore del Festival di Avignone, il festival di teatro più importante del mondo, Olivier Py, lavora tutto l’anno nel carcere di Avignone e inserisce nel programma ufficiale, accanto ai più grandi nomi del mondo, gli spettacoli dei detenuti. Come inserisce nel programma ufficiale – ovvero: sul palcoscenico del “Teatro Romano” di Avignone, non nei cortili di serie B o C – gli spettacoli con attori e attrici disabili. Bellissimi. E Verona, quanto investe per le realtà che pure ci sono e che lavorano con la disabilità? Gli Acchiappasguardi, per esempio?

Verona vuole investire sulla cultura, mi pare d’aver sentito. Bene, è disposta a spendere duecentomila euro all’anno per un progetto? Non sono molti per una città come Verona. Quanti corsi di teatro nelle scuole, con i bambini, con gli adolescenti e con i giovani, magari in zone disagiate, si potrebbero finanziare con quella cifra? In tre generazioni, con il teatro a scuola, si potrebbe cambiare il volto di una città, aprendo i teatri e gli spazi pubblici alle scuole, oltre che affittarli ai privati. O almeno reinvestendo i soldi dei privatiper finanziare il teatro nelle scuole pubbliche. Invece, per trovare un teatro dove fare gli spettacoli di fine anno le scuole devono pagare affitti, con risorse che quasi sempre non hanno. Alla Gran Guardia, c’era il Maggioscuola. E dico c’era perché quello che è restato oggi non è che un residuato. Ecco, quello era il vero utilizzo pubblico di un bene comune in cui, democraticamente, le scuole di Verona portavano in scena teatro, musica e danza. Uno spazio preziosissimo, e infatti… basta.

Anzi no, un’ultima cosa, nel cuore della regione che più di ogni altra dice di voler valorizzare il famoso “territorio”, l’identità e la lèngua vèneta, quanto si investe per promuovere, stimolare e far crescere il teatro dialettale? Attenzione, teatro dialettale non significa necessariamente L’usel del marescial o Veci tanto par rìdar. Andate a Napoli e… e adesso basta davvero.

Concludo. Se guardo al mondo del cinema, della musica e del teatro a Verona, il concetto che ritorna più spesso è quello di monopolio o, meglio, di posizione dominante. Tra pochi minuti Verona saluterà Nicoletta Ferrari che con la sua sedia a rotelle e l’inseparabile macchina fotografica, frequentava ogni teatro, ogni sala da concerto, ogni cinema di Verona. Nicoletta, fondando Dismappa, per anni si è spesa per l’inclusione delle persone con disabilità alla cultura. Mi fa piacere, qui, ricordarla e ringraziarla. E dire che Verona ha bisogno di inclusione culturale.
Voi siete chiamati, in quanto rappresentanti pro tempore dei cittadini veronesi nell’istituzione comunale che rappresenta tutti, al di là di ogni schieramento politico, siete chiamati a occuparvi di cultura. Spero quindi che vi possa tornare utile qualcosa di questa mia audizione, e comunque per il tempo che rimane sono a disposizione per rispondere alle vostre domande. Siete chiamati a farlo come maggioranza e come opposizione, perché tanto importante è fare quanto segnalare. Io spero che vi sentiate presi in causa. Verona ha bisogno di cultura come dell’aria pulita che non respira. Ma ha bisogno di una cultura che include, non che esclude. Per questo vi auguro, per il bene della vostra città, buon lavoro.

Verona, 2 ottobre 2018

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