Marta e Andrea lo hanno fatto veramente. Hanno lasciato il loro lavoro, le loro certezze (e incertezze) e sono partiti per un viaggio alla scoperta del mondo, di loro stessi e dell’amore. 

Si parla tanto del tema dell’immigrazione. Voi siete andati a viverlo in prima persona, toccandolo con mano. Che impressioni vi siete fatti? I migranti che avete conosciuto voi, sono spinti a scappare da loro luoghi natii più da un bisogno o da un desiderio? E quali bisogni o desideri?

Mentre l’Europa è piegata sul problema immigrazione (problema erroneamente considerato dai politici come primario…ce ne sono altri ben più gravi!) le migrazioni in realtà sono fenomeni di larga scala che avvengono contemporaneamente in molte parti del mondo e da molto tempo… da quando l’uomo è bipede. Noi abbiamo conosciuto da vicino la migrazione centro americana, facendo un’esperienza, piuttosto forte, all’Albergue de Migrantes di Ixtepec, nel Sud del Messico. L’Albergue è una struttura che offre cibo e alloggio ai migranti dell’Honduras, del Salvador, del Guatemala e del Nicaragua che attraversano il Messico per raggiungere gli Stati Uniti. I migranti con cui abbiamo parlato sono la maggior parte uomini e donne ma abbiamo conosciuto anche molti bambini… Spesso intere famiglie. Si muovono in piccoli gruppi per proteggersi dai pericoli del cammino che sono molti… ad esempio, i respingimenti e le estorsioni della polizia migratoria messicana o le violenze terribili dei narcos. Pensa appunto alla carovana di migliaia di honduregni che sta attraversando il Messico in questi giorni…Si muovono in gruppo per proteggersi. Il cammino per gli Stati Uniti è lungo e pericoloso, e solo in pochi casi va a buon fine. C’è chi lo fa a piedi (la maggior parte) e chi sale sui tetti della Bestia, il treno merci che attraversa buona parte del Messico. L’assenza di documenti rende i migranti estremamente vulnerabili e senza alcuna protezione, in balia dei narcos o di alcuni agenti corrotti della Migra messicana. In Messico, si dice che i migranti sono come maiali perché di loro non si butta via niente. Scappano per bisogno, più che per desiderio, non c’è alcun dubbio. I loro bisogni? Sicurezza e migliori condizioni di vita…vogliono una vita decente, senza il rischio di subire violenze o di soffrire la fame ogni giorno, in sostanza. Fuggono da reali contesti di brutale violenza (il Centro America è dominato dalle pandillas, le gang criminali) o da situazioni di povertà estrema. Nessuno lascia casa se non è costretto a farlo. I loro desideri? Molti vivono il sogno americano: un lavoro, uno stipendio, una casa, uno stato di benessere…peccato che solo in pochi lo realizzeranno. Con le politiche migratorie di Trump, la maggior parte di loro, non appena raggiunge il confine, viene deportato nei paesi di origine, dopo mesi di detenzione negli USA, in cui vengono separati i figli dalle madri e dai padri.  Eh, ci sarebbe molto da dire! Per chi vuole saperne di più, può leggere il reportage “Yo Migro” sul nostro blog http://www.ter-ra.it/blog/yo-migro/

Questa forma di baratto, un tetto ed un pasto in cambio di lavoro, richiede competenze speciali? Intendo: si deve saper fare lavori molto specifici alla portata solo di professionisti oppure vengono generalmente affidate mansioni alla portata di chiunque? È secondo voi un modello, giusto per ricollegarsi anche alla domanda di prima, che può essere applicato ai migranti? Può anche essere un modo di vivere un’intera vita?

Workaway può essere un buon modo di viaggiare low budget. E’ un sito di sharing economy: in cambio di 4 ore di volontariato al giorno si riceve cibo e alloggio. Le mansioni possono essere le più varie, dall’agricoltura, al turismo, alla cultura, al terzo settore. Sulla pagina web si possono incontrare diverse offerte in diversi luoghi del mondo. Ognuno cerca l’opportunità  più adatta a sé, sulla base delle proprie competenze o delle proprie necessità. Noi a San Cristobal de Las Casas, in Chiapas, abbiamo lavorato in una reception di un ostello coloniale a gestione familiare. In cambio avevamo una bella stanza privata e un’ottima colazione alla mattina. Questo ci ha permesso di risparmiare e di entrare in contatto con una famiglia messicana meravigliosa. E’ un’esperienza che consigliamo! Ci chiedi se è un modello che può essere utile anche ai migranti? Mmm..temo sia difficile per una questione burocratica. Difficilmente una persona si metterebbe in casa una persona senza documenti. Però potrebbe essere una buona idea di integrazione se normata dallo Stato in maniera intelligente, evitando cioè che si trasformi in lavoro nero con condizioni di vitto e alloggio pessime.

Potete spiegarci brevemente cos’è questa cosa dello zapatismo? Ne abbiamo visto riprodotti i simboli su magliette e bandiere, abbiamo sentito cantare e nominare il leggendario sub-comandante Marcos in mille canzoni e articoli? Ma che cos’è lo zapatismo e chi sono gli zapatisti? E quello che fanno è lontano dalla realtà o ha ancora un suo senso anche rispetto all’attualità?

Brevemente, lo zapatismo nasce nel1994 quando un gruppo armato dell’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) occupa il palazzo municipale di San Cristobal de Las Casas, in Chiapas, e dichiara guerra allo Stato messicano. Il motivo? Rivendicare, dopo secoli di sfruttamento, i diritti delle popolazioni indigene. Nello stesso giorno, entra in vigore il NAFTA (North American Free Trade Agreement), l’accordo di libero commercio tra Messico, Stati Uniti e Canada. Con l’entrata in commercio del mais transgenico della Monsanto, il prezzo del mais messicano cade del 70%. Da allora, migliaia di contadini, ridotti alla fame, lasciano il Chiapas, una delle regioni più povere del Messico, ed emigrano negli Stati Uniti per finire a lavorare come irregolari, quindi – di nuovo – senza diritti, in terre – di nuovo – altrui. Lo zapatismo nasce quindi come un movimento di resistenza alle conseguenze disastrose, in termini di equità e di giustizia sociale, delle politiche neoliberiste incontrollate che hanno fatto sì che il 10% più ricco della popolazione messicana detiene il 40% delle entrate nazionali (secondo i dati della Banca Mondiale). In un Paese dove il 46,2% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà.

Lo zapatismo ha ancora senso o è fuori dalla realtà? Beh, dal levantamiento zapatista, le condizioni di vita delle comunità indigene sono visibilmente migliorate in termini di benessere, salute e condizioni igieniche, istruzione, partecipazione politica e sul piano del riconoscimento dei diritti alle donne. In sostanza, non si muore più di fame, le donne hanno un ruolo politico e i bambini non girano più nudi.

Oggi, oltre al folklore, possiamo dire che l’idea di un’alternativa quotidiana al capitalismo, “di un mondo dove possano coesistere molti mondi”, di una costruzione del consenso dal basso, di un tentativo di distribuzione equa della ricchezza, sembra resistere. In poche zone della Sierra Madre e della Selva Locandona del Chiapas. Tra pochi uomini e tra poche donne… Indigeni, con poco reddito, con pochi mezzi, con poco potere, con poche armi.  Quindi, si, lo zapatismo è ancora è attuale e ha ancora senso, anche se ha i suoi limiti. Anche qui ci sarebbe molto da approfondire sui principi e sull’organizzazione zapatista… per chi vuole approfondire può leggere il reportage “Tierra y libertad” http://www.ter-ra.it/blog/tierra-y-libertad/

Se pensiamo al Guatemala dall’Italia, ci vengono in mente i colori delle coperte e i tessuti. È effettivamente così o la realtà è più complessa e diversa?

Il Guatemala è un Paese meraviglioso, terra di vulcani, laghi e alberi… è la terra dove hanno vissuto per secoli le grandi popolazioni maya, culture precolombiane ricchissime, che costruirono immensi templi secondo precisi calcoli astronomici. E’ vero, del Guatemala si ricordano i tessuti colorati lavorati a mano dalle donne, discendenti maya… C’è un mercato a Chichicastenango che è spettacolare, il più grande del Centro America! Incensi, stoffe, candele, erbe, riti ancestrali… passare tra le bancarelle è un’esperienza mistica. Oltre agli aspetti più piacevoli, il Guatemala è un Paese con un passato tremendo, fatto di violenze e di dittatori. Ha attraversato una guerra civile che è durata tantissimo, dal 1960 al 1996. Le forze governative sono state condannate per aver commesso un gravissimo genocidio della popolazione maya degli Ixiles tra il 1982 e 1983 che ha portato la morte di oltre 200.000 persone e 45.000 desaparecidos. Si sa poco di questo, vero? Abbiamo attraversato in lungo e in largo tutto il Guatemala e possiamo dire che le atrocità del passato si percepiscono e a volte danno un senso di insicurezza e disagio.

In breve: cos’è un ecovillaggio e, per lo meno, com’è quello che avete vissuto voi? Sarebbe un modello applicabile anche qua nelle campagne veronesi, come per qualche tempo aveva immaginato il buon Mattia Cacciatori? Oggi sono piccoli casi isolati, potrebbero diventare un paradigma diffuso capillarmente?

Ad agosto, abbiamo vissuto una settimana in un ecovillaggio nella Sierra Nevada di Santa Marta in Colombia. Un villaggio di capanne di bambu e paglia, gestito da una comunità di colombiani. In pratica, alla mattina, facevamo yoga e 4 ore di volontariato a scelta tra orto, cucina vegetariana, manutenzione del luogo, Al pomeriggio invece tempo libero con la possibilità di seguire lezioni di filosofia, permacultura, saggezza ancestrale, meditazione. Era la prima volta e dobbiamo dire che, a parte la difficoltà ad adattarci ad uno stile di vita primitivo (utilizzare bagni secchi -cioè senza scarico-, schivare serpenti e scorpioni e mangiare del cibo, cotto su legna, per noi spesso non gradevole), abbiamo appreso un nuovo bellissimo sentimento: la nostalgia della natura. Solo se recuperiamo la bellezza e l’importanza di quel sentimento, potremo, forse, piano piano, saldare l’immenso debito che abbiamo nei confronti della natura.  Da questa esperienza per noi il problema della sostenibilità e della salvaguardia dell’ambiente è diventato il problema numero 1 e così dovrebbe essere per tutti. Non esiste un pianeta B… non è retorica, non è una chiacchiera da bar, è importantissimo e urgentissimo. Quindi se si moltiplicassero queste esperienze nel nostro territorio veneto, uno dei più inquinati d’Europa, sarebbe una gran bella cosa. Fin da piccoli dovremo abituarci a rispettare la terra, a conoscerne i frutti, a rispettare gli animali. Le tecnologie, il lavoro d’ufficio e i social hanno comportato il nostro progressivo distacco dalla natura, su questo non c’è dubbio. Ma il progresso non può andare contro natura, altrimenti la natura ci si rivolta contro e siamo noi a perderci. Dobbiamo smettere di considerare la natura solo come una risorsa da sfruttare, noi siamo natura, no? Al di là degli ecovillaggi, sarebbe bello contribuire alla nascita e sostenere anche iniziative meno impegnative sul nostro territorio, come le fattorie didattiche, gli orti urbani, i condomini solidali, le iniziative contro lo spreco di cibo, l’utilizzo di energie alternative, una gestione intelligente dei rifiuti… non devono essere esperienze da etichettare come di sinistra, ma esperienze universali, a portata di tutti, condivise da tutti, accessibili a tutti.

Colombia = bamba e narcos. Confermate?  

Ah, ah! NO! La serie narcos ci ha dato solo una visione (la più brutta) della Colombia! Prendi Medellin, per esempio, la seconda città più importante della Colombia. Conosciuta al mondo per il temibile cartello di Medellin di Pablo Escobar, che ha dominato fino agli anni ’90 sulla vita dei colombiani, oggi è una città effervescente e in rapido sviluppo. Il modello di gestione del servizio di trasporto pubblico e la riqualificazione delle periferie vengono studiati dagli amministratori pubblici di tutto il mondo. A Medellin si vede la Colombia che cresce… è piena di giovani, di investitori, di musei all’avanguardia, di parchi. Gli abitanti di Medellin non ne possono più dei turisti che vengono in città solo per farsi la foto davanti alla tomba di Pablo Escobar. La Colombia rimane uno dei primi produttori di cocaina al mondo ma la società civile sta facendo di tutto per scrollarsi di dosso un passato di droga e violenze. Una gran passo in avanti sono stati gli accordi di pace del 2016 tra governo colombiano e le FARC, anche se il processo di transizione è ancora molto difficile. Ora, parliamo delle bellezze della Colombia? Innanzitutto la gentilezza dei colombiani, mai conosciuto un popolo più gentile e sorridente. E poi, la musica… la salsa di Cartagena e di Santa Marta è pazzesca.. E la natura è sublime… c’è una biodiversità incredibile… montagne, Caraibi, deserto…in Colombia c’è tutto! Nei due mesi passati in Colombia ci siamo sentiti al sicuro, a parte un brutto episodio in cui siamo capitati in mezzo a una sparatoia tra bande, che beh, non auguriamo a nessuno. Si tratta pur sempre di Sud America!

Dicono che le città del sud America sia le più pericolose al mondo e siano anche teatro di disuguaglianze allucinanti; è vero? Quanto sono vicine all’idea di modernità che abbiamo in mente noi in Europa?

Dei Paesi che abbiamo visitato fino ad ora (Messico, Guatemala, Colombia e Perù), la Colombia ci è sembrato il Paese che più si avvicina di più all’Europa, o meglio, al modello occidentale. Oltre a Città del Messico, dove abbiamo vissuto una ventina di giorni, ci siamo fermati una settimana a Bogotà, che si sa, non gode di una gran fama. A Città del Guatemala, invece siamo scappati, non tirava buon vento. Ma al di là dei pericoli, reali, che si possono avere, per esempio girando di notte o nelle periferie, le grandi capitali sudamericane offrono le stesse cose che offrono le grandi capitali europei: librerie-caffè, festival di cinema indipendente, musei, mercati, parchi, ristoranti deliziosi e locali per ballare aperti fino a tardi. Precisiamo che noi abbiamo girato nei quartieri centrali, più sicuri. Nelle periferie la musica cambia, disuguaglianza e povertà sono fortissime. Per esempio, nella Comuna 13, la famosa periferia di Medellin dove vive la popolazione più povera, la polizia ha paura ad entrare e la guerrilla tra bande è un problema concreto e non c’è da scherzare.

Perché queste tappe e non altre?

Non volevamo lasciare il Sud America senza aver visto Cusco, la capitale dell’Impero Incas… le meraviglie della Valle Sagrada e Machu Pichu sono irrinunciabili. La Bolivia invece è considerata il cuore del Sud America, il Paese che mantiene ancora intatte le tradizioni ancestrali… molti ne sono rimasti innamorati. Ti racconteremo!

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