“Du fradei. Uno è il “Pelle”. Negli anni ‘70 fornitori ufficiali delle borchie dei punk di mezza Italia, oggi maestri del cuoio nonché I Ronaldo e Messi dello S-cianco.”

E non solo. Ecco cosa ci hanno raccontato i fratelli Avigo.

In questi anni di un’economia usa e getta, cosa vuol dire lavorare con prodotti realizzati per durare per sempre?

Seconda domanda? (ride). Purtroppo è parecchio tempo che chi sente questo bisogno dell’usa e getta. Diversi clienti affezionati “protestano” domandandosi come mai i nostri prodotti non si consumano nel tempo. Una delle più grandi soddisfazioni è vedere le figlie che indossano le borse che le madri erano venute a comprare qui 30 anni fa. Tutto questo ha un aspetto negativo: il consumo, essendo molto lento, riduce la vendita. È indubbio, comunque, che è una qualità che non dobbiamo assolutamente abbandonare. È una delle prerogative del lavoro artigianale.

Si può affermare che forse si sta registrando una controtendenza e che sta crescendo la consapevolezza verso il prodotto duraturo? La gente si sta stufando all’uso e getta?

Mi fa piacere sentire questo da un ragazzo della tua generazione. Sinceramente non vedo grossi cambiamenti in questi ultimi tempi. C’era stato una parvenza, una volontà di vedere queste cose, subito dopo l’ultima crisi del 2008. Tutti quanti dicevano che questa crisi servirà per far capire alle persone che non è possibile continuare su questa strada. Sinceramente, sarà forse perché siamo la periferia della periferia, sia come zona cittadina, sia come tabella merceologica, ma finora non riusciamo a vedere cambiamenti di sorte. È ovvio che ci sono delle eccezioni, però in generale non vediamo grossi cambiamenti.

Secondo voi si tratta di una questione di educazione? È un discorso di società, c’è un clima e delle istituzioni che non aiutano? Se un domani chiudete o chiude il negozio che ad esempio rilega i libri a mano e domani siamo tutti a far la spesa da Adigeo, perdiamo parte del nostro patrimonio, del nostro DNA. Se l’Italia è un luogo che genera turismo è perché la gente vuole vedere anche questo genere di posti, respirare questa aria. Non trovate?

È un dato di fatto. Purtroppo le botteghe sono sempre più tenute in vita da persone che hanno una certa età e non si riesce, per vari motivi, a trovare un ricambio. Non credo nemmeno che sia dovuto alle nuove generazioni che non vogliono occuparsi di questo. Si tratta sicuramente di una disattenzione, un disinteresse assoluto da parte della politica locale e nazionale di preservare determinate attività. Altrimenti ci sarebbero probabilmente delle azioni da poter intraprendere. Noi non muoviamo capitali, non siamo assolutamente interessanti e quindi si disinteressano.

Esiste ancora la figura dell’apprendista in bottega?

No, non esiste più questa figura. Parlo della categoria della lavorazione del cuoio, probabilmente per altre categorie di artigiani è diverso. Noi non riusciamo assolutamente ad avere persone a pagamento che possano imparare il mestiere. Non è possibile, riusciamo a malapena a mantenerci noi. L’Italia vive di paradossi: dicono che ci sono troppi laureati e poi si trova ad essere all’ultimo o al penultimo posto nella classifica di laureati europei. È anche vero che essere laureato non comporta necessariamente escludere determinate attività lavorative, poi è ovvio che ogni individuo ha da seguire la propria volontà e capacità, ma lo può fare indipendentemente dal campo in cui ha studiato.  

Paolo, so che sei presidente anche di AGA (Associazione Giochi Antichi, organizzatrice del Festival di giochi in strada, Tocatì), parlaci della passione per i giochi antichi e di come questa passione si collega al tuo lavoro di artigianato del cuoio.

Penso la connessione sia del tutto casuale, in questa casualità è però indubbio che esiste un legame che va ricercato nella difficoltà della trasmissione. Non a caso sono due attività che sono sotto osservazione dell’Unesco, quindi l’ente preposto a preservare la cultura immateriale mette sotto osservazione sia il gioco tradizionale sia l’artigianato, perché il rischio di estinzione è pari sia per uno che per l’altro. Si tratta di una passione per attività che coincidono nel metodo, nel modo di vivere, nel loro essere in controtendenza. È necessario che qualcuno porti avanti questo sapere.

Foto Vanni Sartori

È necessario perché altrimenti si perderebbe parte del nostro DNA e Verona probabilmente non eserciterebbe più una forza attrattiva verso i turisti…

Mi domando se, anziché un centro storico, le migliaia di turisti che vengono qui trovassero vetrine che riportano pedissequamente gli stessi prodotti in tutte le città del mondo, se avessero ancora stimolo a venire a visitare Verona.

La percentuale di turisti che comprano nel mio negozio è molto alta. È invece bassa la percentuale di turisti che passano di qui. La percentuale di vendite, una volta che il cliente entra in negozio, è alta perché sono solitamente persone che non accettano di visitare una città solamente passeggiando nelle vie commerciali, ma si addentrano nei posti più caratteristici e accettano di visitare una città per quello che è effettivamente e non solamente per la percentuale commerciale che ha.

Forse si tratta di una carenza delle istituzioni: secondo me il turista di per sé vorrebbe andare in un luogo meno turistico, come il vostro negozio, e visitare zone più caratteristiche.

Non lo so, secondo me tu sei un turista particolare (ride).

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