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Non avevamo dubbi che sarebbe uscita una bella intervista. Parlare con il Beppe di Ink Addiction non è semplicemente confrontarsi con un tatuatore. Si tratta più di parlare con un artista, una persona estremamente competente che ha capito che per eccellere non bisogna mollare mai un secondo, che la vita è un percorso lungo e che quando ti definisci “arrivato”, in realtà il tuo percorso è tragicamente finito.

Quando inizia il viaggio Ink Addiction? Siete sempre stati qui?

Ho aperto il primo marzo del 99 nel quartiere Filippini. Dieci anni dopo, il primo marzo del 2009, mi sono trasferito qui, in via Amanti.

Che rapporto c’è con gli altri esercenti del centro storico?

Ci si calcola poco, anche perché avendo uno studio di tatuaggi non c’è moltissima interazione. Con qualche eccezione: ad esempio ho fatto una bellissima collaborazione con Il Desco, il ristorante stellato qui a cento metri e sono entrato in buoni rapporti con i proprietari. Fondamentalmente però non c’è grande dialogo, i negozi del centro sono ormai per la maggior parte negozi per turisti, quindi pian piano ci stiamo isolando.

Quindi per voi che valore ha stare in centro? Ink Addiction rimarrebbe se stesso anche se fosse ad esempio a San Giovanni Lupatoto?

Beh, sono qui da così tanto tempo che cambiare sarebbe problematico. Il mercato del tatuaggio poi è talmente saturo che cercare un’altra zona sarebbe inutile. Chi viene qui a tatuarsi viene perché si fida della nostra professionalità, certamente non perché è figo il negozio in centro.

Il fatto è che quando ho aperto io ho cercato di trovare una zona in cui non intralciavo il lavoro di altri: in Veronetta c’era il Frank, nella zona di San Zeno c’era la Francesca, mi sembrava corretto aprire l’attività il più lontano possibile. Ora la tendenza sembra essere quella opposta: aprono studi come funghi e vengono tutti qui intorno!

Il tatuaggio ha ingranato molto negli ultimi anni: voi che già lavoravate 15anni fa ne avete tratto qualche beneficio?

Chi ne sta davvero beneficiando sono tutti questi nuovi negozi, in cui ogni tanto ci si imbatte in gente incapace ed arrogante. Non è che pretendo riconoscenza, però questi giovani non capiscono che se riescono a lavorare bene è perchè negli ultimi vent’anni noi abbiamo asfaltato una strada davvero tortuosa. Lo trovo un po’ triste, però amen, non è così importante.

Io ancora adesso, dopo vent’anni, se non sono convinto di aver dato il meglio di me con un tatuaggio ho i sensi di colpa e non dormo una settimana, negli ultimi anni i negozi che hanno aperto mi sembrano più superficiali: pensano di aver fatto capolavori e non vedono l’ora di farne degli altri. Un po’ come chi apre un’ hamburgeria, sbatte una svizzera sulla piastra e pensa di essere chef. Lo so, sono un po’ un rosicon.

Raccontaci un po’ il processo creativo: quanto c’è di disegno su carta, di allenamento prima del tatuaggio?

Quando non sto tatuando disegno, sempre. Il motivo per cui non mi vedete alle festine da Salmoni è perchè sono a casa a disegnare. Vedi qui alle pareti, è pieno di disegni. Poi ho fatto altri progetti divertenti, le etichette dei vini e qualche copertina di album musicale.

Ciò che mi spinge a venire qui a lavorare tutti i giorni è fondamentalmente il cercare di creare sempre qualcosa di nuovo, ogni tatuaggio dev’essere migliore di quello precedente: a chi mi domanda “qual è il tatuaggio più bello che hai mai fatto?” io rispondo “quello che farò domani!”. Nel momento in cui pensassi che il lavoro migliore l’ho fatto tempo fa, forse quello sarebbe il momento di smettere!

Testa bassa e grande voglia di migliorarsi: questo è l’unico modo per difendere il mondo del tatuaggio dall’invasore! Se smetto di dipingere, di disegnare, non ho più voce in capitolo per poter dire la mia, mi metto allo stesso livello di tutti gli altri. E questo non lo faccio per gonfiare il mio ego, lo faccio perché è l’unico modo per poter dare il meglio al mio cliente successivo.

Tatuare oggi e tatuare venti anni fa: cos’è cambiato?

Beh, dal punto di vista della percezione che ha la gente dei tatuatori non è cambiato molto: il tatuatore è sempre stato visto come una persona sgradita, poco accettabile nella società; non è mai stato un lavoro con cui crearsi un hype intorno, questo hype l’ hanno creato i mass-media quando hanno portato in televisione i tatuaggi.

Se invece parliamo proprio del tatuaggio, internet ha fatto fin troppo, ha reso tutti esperti: l’approccio del cliente al tatuatore è cambiato moltissimo negli anni. Mentre una volta era il tatuatore a creare il disegno per il cliente, oggi salvo poche eccezioni il tatuatore è colui che deve riprodurre il disegno che il cliente ha già scelto. É fondamentalmente il braccio della sua mente.

In generale forse il tatuaggio ha perso per strada quella vena romantico-dannata, quell’aura piratesca che aveva anni fa; nel mio piccolo, essendo un vecchio brontolone, cerco di combattere ogni giorno contro questa tendenza: non voglio che si arrivi ad andare dal tatuatore come si va da Zara a comprarsi una maglietta!

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