Leggere è l’ultimo atto intimo che ci è rimasto. 

Dopo un anno riprendiamo questa rubrica germogliata su mercanzia struggente semplicemente perché l’io scrivente ne ha un bisogno capiente come lo si ha di un mare più grande e di un amore così definitivo.

Nell’amore, nell’ossessione, nel mal di testa «a ucciderci non sono le tragedie, sono i casini»

I Racconti delle donne a cura di Annalena Benini

Pagine: 263

Durata: tutte le sere di una settimana difficile, tra emicranie, lavori asfittici e punti neri ovunque sparsi

Indicato per: me e per te, che non mi conosci e che io non conosco ma che magari sì e quindi con affetto ti suggerisco di leggerlo

Assaggi:

Ma io avevo ragione nell’inventare per le mie amiche e per i nostri figli un resoconto di queste morti private e delle condizioni del nostro eterno attaccamento.

Il divorzio ti mostra con chiarezza una verità che il matrimonio occulta, ovvero che nella vita devi arrangiarti da sola.

Devo chiedermi: forse non sono abbastanza mostruosa. Da anni faccio questa domanda a un paio di amici scrittori che considero davvero eccezionali. Scrivo ad entrambi delle mail carinissime, ma quello che in realtà cerco di sapere è: quanto siete egoisti? O per dirla altrimenti: quanto devo essere egoista per diventare brava quanto voi.

Perché:

È un libro su quante volte ci siamo sentite sconfitte, noi donne, nel confrontarci con gli altri, nel guardarci traballare, sperando di non tradire l’unica cosa che da sole ci possiamo togliere, ovvero la nostra voce, le nostre parole custodite, scritte, affaticate come appena scalfite. In questa antologia, che definiscono «un canone imprevisto e contemporaneo» anche se odora di pretenzioso e quindi magari evitiamo, c’è la vergogna intera che ancora proviamo a ricordare tutti quegli interludi privati nei quali siamo rimaste pensiero inespresso, tra la cenere e i mozziconi di un amante che non ci ha mai sapute, tra le foto dei figli – avuti o solo sperati – che ci scompongono e ci sperperano in poche misere briciole di fastidio. C’è una paura sgraziata, nel senso di poco accordata, che è in tutte: quel cruciverba di mancanze che dovremo accettare di non saper riempire ma che comunque, in qualche modo, tra posate da lavare, accondiscendenze lavorative e sempre quotidiane, possiamo raccontare, e per usare la parola banale fino a risultare brutale, condividere. Dicono che è forza ammettere di essere fragili, ma lo sostengono sempre quelli che la precarietà esistenziale l’hanno solo ipotizzata e poco davvero, in quel sentirsi per anni il fuscello del niente e mai la quercia della propria anima, si sono trattenuti. Dietro i venti racconti di questa antologia bella di una bellezza che non chiede specificazioni, ci sono donne che sono, anche e insieme, scrittrici, con la portata di ferite che questo implica. Virginia Woolf, Joan Didion, Chimamanda Ngozi Adichie, Clarice Lispector, Elsa Morante, Nora Ephron e via così. Descrivono calzini di ex amori (Lydia Davis), pozzi in cui finiamo per starci, con grandi fatiche per risalirci (Natalia Ginzburg), invidie livide e perenni (Kathryn Chetkovich), e quel particolare dolore che è sempre lo stesso: la lancinante sensazione di non essere mai scelte. E dunque di vedersi riassunte nel resoconto inconfessabile di un’ammirazione inutile (Edna O’Brien). La curatrice di questa raccolta (la sempre necessaria Annalena Benini) lo dice e lo ridice che questa enciclopedia breve del femminile è «un tentativo di fermare la complessità». Un modo per confidarci, direttamente dagli spogliatoi della nostra complicità latitante, che va bene, che andrà bene, che siamo tutte, in qualche modo, sfinite. Queste donne scrittrici che scrivono di donne, autrici, spesso, delle loro stesse intransigenze, possono con queste pagine così sincere portarci a fare pace con quello che non siamo riuscite ad essere. Con «quell’altro genere di esistenza che c’era» ed è rimasto lì, puro, mai ossidato dalla vita e dai suoi sfasci. Perché la domanda è sempre, implacabile, la stessa: si riesce ad essere donna senza decurtazioni e con un numero minimo, neanche sindacabile solo fisiologico, di rimpianti? Ad un certo punto una di queste voci perfette compone un’esortazione bellissima, non mi ricordo più quale perché ho segnato la frase con la matita all’inizio del libro e l’ho resa nell’ammirazione forsennata una nota senza madri, «non accettate di vivere con un amante o un coinquilino che non ha rispetto del vostro lavoro. Non mentite, prendete tempo, chiedete prestiti per prendere tempo. Scrivete quello che vi toglierebbe il respiro, se non doveste scriverlo». Ma attenzione, non chiudiamo con il solito refrain sulla necessità di una legittimazione pubblica della donna, quanto, come insegna questa raccolta, sulla sperticata urgenza di una legittimazione interiore. Non solo la quota di successi, non la nomenclatura del potere o le barbarie necessarie per ottenerla, ma un’abnegazione verso se stessi che comprende anche, e per forza, amare gli altri e affidare a questo amore la garanzia più sincera, antica e, a conti fatti, sensata di «salvezza individuale». Un modo, come diceva Gaber, semplicemente di essere fedeli a noi stessi, attinenti alla nostra anima e ai suoi margini. Così, nello scoprire che, per tutta la vita, Simone de Beauvoir alla domanda su quale sia stato il suo successo più grande ha sempre risposto «Sartre», troviamo una delle tante vie per smettere di additarci. Inizia così la riappacificazione verso quello che ormai siamo. E non è finita la speranza, non siamo neppure finite noi. 

Miryam per Salmon Magazine

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