Era il 2014, 20 Giugno probabilmente.
Nelle vicinanze di San Rocco di Piegara, in una contradina che qualche buon’anima aveva prestato per organizzare il primo Lessinia Psych Fest.
Era tardi, era buio, il palco era una pedanina bassa bassa e il pubblico era subito lì, quasi che la distinzione tra le parti fosse completamente annullata. Sullo sfondo, molto vicini al palco, c’erano degli alberelli appena illuminati con un faretto o 2.
Quando salì sul palco Miles Cooper Seaton era tardi, era tutto in ritardo. Non lo conoscevo, se non per il fatto che aveva suonato negli Akron/Family. Una band americana che faceva qualcosa di strano e indefinibile che già aveva suonato ad Interzona. Family nel nome: avrebbe potuto far presagire qualcosa.
Bene c’era lui, nel mezzo del nulla cosmico. Non al Coachella dove sarebbe stato più ovvio aspettarselo, ma a San Rocco di Piegara, Lessinia.
La sua chitarra nel buio; quel suono incredibile, un misto tra la spessa lama di una sciabola saracena e la calda sciarpa di un babbo natale lappone. Un contrasto pazzesco ma di rara bellezza; uno squarcio di indescrivibile potenza e calore. Tuttora un suono di cui non trovo eguali.
E poi la voce.
Non era alto, non era grosso, non era famoso per le sue doti vocali ma quella sera sembrava un gigante. Insomma non lasciava presagire che potesse produrre una voce così profonda, bassa, potente e, di nuovo, calda come la coperta di quel nonno che sta davanti al camino di ognuno di noi. E invece, nella notte riusciva a lanciare quel grido dolce che sembrava potesse arrivare ovunque.
Furono 30-40, forse 50 minuti indimenticabili e di rara intimità in cui Miles, nel buio di quella notte su cui cominciò a soffiare il classico venticello della Lessinia che muoveva le fronde di quegli alberelli sullo sfondo, ci portò altrove. Fu qualcosa di più di una performance musicale. Fu un rito magico grazie al quale venimmo tutti trascinati in un luogo in cui tutti i presenti erano un’unità.
Una famiglia.
Fidatevi, è difficile spiegarlo a parole, ma fu qualcosa di indimenticabile. Un ricordo indelebebile.
Questo era Miles Cooper Seaton.
Da lì e dai ricordi delle sue passate esperienze veronesi con la fantastica famiglia di Interzona, nacque qualcosa di unico.
Lui, che era stato a NewYork, a Brooklyn precisamente, proprio nella fase in cui tutto sembrava stesse succedendo lì.
Lui che poi aveva girato il mondo grazie all sua musica.
Lui che si era poi trasferito a Los Angeles, in California.
Lui, proprio lui, aveva deciso di venire a Verona a vivere.
È stata una rivelazione. Uno, ma non uno qualsiasi, che viene da fuori e strattonandoti, ti dice “ma ti rendi conto di dove vivi?!”.
Qua è stato accolto da una nuova famiglia, il cui nome è quello di un supermercato: C+C=Maxigross. Una famiglia allargata, fatta di amici, conoscenti, genitori e nonni, estimatori e chi più ne ha più ne metta.
ph.: Stefano Bellamoli
Ed è così che abbiamo avuto l’occasione di conoscere questo Americano che per noi è stato uno specchio, che ha scelto Verona proprio per il nostro modo di stare al mondo. Figuratevi cosa può aver significato per noi salmoni!
Ed è qui che ha avuto modo di diffondere la sua infinita curiosità per l’umanità di ogni forma e colore: voleva conoscere tutti, con tutti voleva parlare. Dal mercato di Piazza Isolo ai nostri intellettuali di provincia, ad altri musicisti locali ai contadini della bassa, dal vicino di casa all’artista di grido, da Naret alla Casa del Raviolo.
ph.: Ana Blagojevic

 

Una curiosità infinita che esprimeva poi anche nei mille mila misciotti in cucina. Lo zio, così è stato poi battezzato nella sua nuova famiglia, era il maestro delle salse: un po’ americane, un po’ marocchine, un po’ asiatiche etc etc. E poi l’hummus di cui sperimentava mille versioni che ti spiegava in quell’italiano che padroneggiava sempre meglio, dialetto e slang inclusi.
In mezzo, ovviamente, tanta tanta tanta musica. Incluso un album da solista presentato in anteprima mondiale, nel 2016, non a Los Angeles, non a New York, non a Seattle, ma a Verona. In una chiesa sconsacrata: a Santa Maria in Chiavica con decine di musicisti chiamati a suonare con lui, dalla Sardegna al Senegal passando per il Saval.
ph.: Ana Blagojevic
Una cerimonia, più che un concerto. Di nuovo, un altro momento magico illuminato da centinaia di candele che tutt’intorno lo avvolgevano. Perché lui era in mezzo con la sua chitarra e la sua voce. In mezzo alla sua grande famiglia.

 

ph.: Ana Blagojevic
ph.: Ana Blagojevic
Miles se n’è andato da Verona esattamente un anno fa per tornare da Leanne, a Los Angeles, lasciando qua tutto o quasi.
Miles nella notte dell’ altro ieri se n’è andato da un’altra parte ancora. Dev’essere la sua innata curiosità, forse a cercare un’altra famiglia a cui lasciare il segno, a cui rivelare qualcosa di nuovo.
Come la sua chitarra, uno squarcio nella notte.
ph.: Ana Blagojevic
Ovunque vada trova e lascia famiglie che lo pensano e penseranno sempre.
Grazie zio.
ph.:Ana Blagojevic

L’Immensità ti porterà dove sei già
Non c’è un’età per ridere, per piangere, per vivere
Non è il momento per smettere di esistere, di esistere

“Gioia” da Deserto, C+C=Maxigross 

 

It was 2014, 22nd June probably,

Nearby San Rocco di Piegara, on some land that someone had lent out for the first Lessinia Psych Fest.

It was late, it was dark, the stage was a low platform of sorts and the audience was right there close to the stage, as if the usual distinction between the two roles had been removed. In the background, really close to the stage there were some trees lit up with the odd spotlight.  

 When Miles Cooper Seaton when on stage it was late, everything was running late. I didn’t know much about him, except for the fact that he played with The Akron/Family. An American band that was strange and undefinable, that had played at Interzona. The name Family was to become a sort of prophecy…

 So, there he was, in the cosmic middle of nowhere. Not at Coachella where you might have expected to see him, but in San Rocco di Piegara, Lessinia.

His guitar in the darkness; that incredible sound, a mix between the thick blade of a Saracen saber and Father Christmas’ warm Lapland scarf. A crazy mix of rare beauty; a cut to the heart of indescribable power and warmth. A sound I’ve not heard matched to this day.

 And then the voice. He wasn’t tall, he wasn’t big, he wasn’t famous for his vocal talents. You wouldn’t have expected that he was able to produce such a deep, low, and powerful voice. Warm like that grandfather’s blanket in front of the fire, a feeling we all know. Yet that night he was able let out that sweet cry that seemed to travel far and wide.  

 It was 30-40, maybe 50 unforgettable minutes, a rare intimacy with Miles, who, in the dark of that night, with the classic Lessinia breeze moving the branches of those trees in the background, took us somewhere else. It was more than just a musical performance. It was a magical ritual that carried us all to a place where we were all joined as one.  A family.

Trust me, it’s difficult to put into words, but it was unforgettable. An indelible memory.

 This was Miles Cooper Seaton.

 From that moment, together with his past experiences in Verona (thanks to the fantastic Interzona family) something unique had begun.

 He was in New York, Brooklyn to be exact, right when it seemed like everything was happening there.

He travelled the world thanks to his music.

He then moved to Los Angeles, in California.

He then chose to come and live in Verona, yes him.

It was a revelation. Someone, but not just anyone, not from here, jerks you and says “but don’t you realise where you live?!”.

 Here he was welcomed into a new family, one with the same name as a supermarket. An extended family, made up of friends, acquaintances, parents, grandparents, admirers and the list goes on.

 And that’s how we ended up meeting this American who was like a mirror for us, who chose Verona for the way we are. Just think what that meant for us ‘salmoni’!

 And it’s here that he spread his unending curiosity for humanity in every shape and size: he wanted to know everyone, he wanted to talk to everyone. From the market in Piazza Isolo to our local intellectuals, from other local musicians to the farmers from the ‘bassa’, from the neighbour next door to the trendy artist, from Nareth to the Casa del Raviolo. An unending curiosity that was also seen in his cooking experiments: ‘lo zio’ (uncle, in Italian) became his nickname in his new family, he was maestro of the dips and salsas: a bit American, a bit Moroccan, a bit Asian etc etc. Not forgetting the thousands of different versions of hummus that he explained to you in his constantly improving Italian.

 In between all this, obviously, lots and lots of music, including the launch of a solo album, not in Los Angeles, not in New York, not in Seattle, but in Verona. In a deconsecrated church: at Santa maria in Chiavica with a handful of musicians accompanying him, from Sardinia to Senegal, passing by Saval on the way. More of a ceremony than a concert. Again, another magical moment lit up with hundreds of candles that surrounded him. Because he was in the middle with his guitar and his voice. In the middle of his big family.

 Miles left Verona exactly one year ago, to go back to Leanne in Los Angeles, leaving almost everything behind.

Last night Miles left and went to a different place entirely.

Wherever he goes, he is leaving behind families that are thinking of him and will do always.

Thanks, Zio.

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