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Intervista a Mattia Cacciatori

 

mattia cacciatori - ecovillaggio

Avevo già intervistato Mattia Cacciatori qualche anno fa, era stato arrestato in Turchia mentre fotografava gli scontri di Gezi Park, all’epoca avevamo parlato di rivolte e fotografia; un paio di settimane fa abbiamo invece parlato del suo ecovillaggio.

Appena sopra le colline di Soave, ora, Mattia vive servendo in una comunità e impiega le sue giornate per costruire qualcosa di grande, e qualcosa di buono, un ecovillaggio. Per adesso, le sue attività principali sono: mungere caprette, lavorare i campi e imparare dai contadini delle valli vicine tutto quello che può essere utile quando si decide di ritornare ad avere un rapporto concreto con la natura.

La storia del passaggio dai fotoreportage a questa nuova realtà è tutta in quest’intervista.

Appena incontro Mattia, in mezzo ad un vigneto, mi dice che dovrò pazientare un attimo perché deve recuperare un alveare.

“Vuoi aiutarmi?”

“Non credo… fai pure, poi parliamo”, rispondo, mentre rimango a debita distanza e fingo di fare una telefonata e di non poter essere disturbato.

Poco dopo, alla fresca ora del tramonto, Mattia mi fa accomodare sull’erba e iniziamo a chiacchierare, intensamente come sempre, come sono abituato a fare con lui in quasi dieci anni di amicizia.

In grassetto le mie domande.

La vera prima domanda, di cui abbiamo già parlato a lungo, è questa: perché abbandonare tutto? Perché mettere da parte un talento come il tuo, decidere di non raccontare più le storie di tutto il mondo, per decidere di fermare tutto e tornare alla natura, ai suoi ritmi e ai suoi segreti?

“Ho vissuto dentro il sistema informazione per molti anni, ed è un mondo che ad un certo punto non ho sentito più mio. Non riuscivo più a vederne la genuinità: per poter fare fotografia di reportage devi impegnarti a conoscere le persone giuste, andare nei posti giusti, vivere delle esperienze che ti cambiano profondamente e poi provare a vendere, letteralmente, le tue storie al miglior offerente. Come in tanti ambiti, anche lì, quasi tutto passa dalle relazioni e le conoscenze e dalla capacità di fare marketing su foto che rappresentano vite e sofferenze.

Molte delle storie che volevo raccontare non venivano valorizzate come avrei voluto. Ai magazine, ai giornali di tutto il mondo, interessano soltanto le cose più truci: andare in Siria per fotografare la vita di un clown è un’operazione dispendiosa e che non porterà a nessun interesse da parte degli editori, almeno fin quando quel clown non morirà. Se venisse ucciso la storia sarebbe vendibile.”

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 Non ti sentivi più a tuo agio nel vendere storie che parlavano di vite vere.

“Certo, a me è sempre interessato solo raccontare storie, e le mie storie venivano rovinate da necessità editoriali e dalla velocità del mondo dell’informazione. Così ho deciso di smettere.”

Qui il mondo è molto più lento, devo lavorare tanto ogni giorno, ma i ritmi sono diversi. Adoro produrre io stesso le cose che mangerò, e imparare pian piano a fare il miele, il formaggio e via dicendo.”

Però, conoscendoti, questa necessità di cambiamento, questa sensazione che nella società e nei suoi ritmi ci fosse qualcosa di radicalmente sbagliato da cambiare l’hai sempre avuta, già dall’università, questo lo capisco, una cosa però ancora non mi va giù: perché hai smesso di fare fotografie anche per conto tuo? Per te?

“Non ho abbandonato tutto decidendo di costruire un ecovillaggio, sono passato da una comunità prima. E questo si lega alle storie e alla fotografia: la macchina per me è un mezzo per fare foto e raccontare storie, cercavo in ogni momento qualcosa da narrare alle persone che mi stanno vicine. Ora che so chi sono io sento che non ho più bisogno di farlo, al posto di raccontare le storie posso cambiare dal di dentro le storie delle persone, anche se poter raccontare la vita degli altri rimane qualcosa di incredibile.

Quando sono entrato nella comunità ero accerchiato di persone che avevano dei bisogni concreti, persone che al posto di dire: “fammi una foto”, chiedevano: “devo andare al SERT, mi accompagni?”. E allora prendevo il furgone e andavo al SERT, e andava bene così. Mi sembrava fosse più giusto quello.”

 Raccontami di più, sulla comunità.

 “Avevo bisogno di rallentare, e di mettermi a disposizione del prossimo. Per il primo periodo non ho fatto altro che servire, fare tutto quello che mi veniva chiesto e che c’era bisogno di fare. Mi davano vitto e alloggio e in cambio mi hanno insegnato a vivere veramente insieme, dispensando e ricevendo amore come unica base dei rapporti umani.

Dopo un certo periodo ho pensato che sarebbe stato interessante fare il giro del mondo a piedi: ho trovato lavoro in un ostello a Capo Horn, ho cercato una barca per l’Antartide e iniziato a scalare montagne di quattro mila metri. Ma lì, con due turisti che mi accompagnavano, sul crinale della montagna, decido di abbandonare tutto e tornare a casa. Ero stufo di stare da solo, avevo appena scoperto cosa voleva dire stare con le persone, amare, nella comunità e volevo, dovevo tornarci.”

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Anche scalare da soli delle montagne è un ritorno alla natura, mi pare. Vorrei ripercorrere con te, brevemente, il sentiero che parte dal giro del mondo in solitudine e giunge fino al cercare di costruire un ecovillaggio. Di fondo è un sentiero che segue una sola grande direzione: il modo diverso di intrattenere un rapporto con la natura.

 “Il bivio fondamentale è stato la comunità. Tornare alla natura significa o chiudersi un eremo da soli, che è una scelta che condivido pienamente, oppure provare a creare una rete sociale, un ecovillaggio. Io, quando ero in comunità dovevo pensare non più solo per me stesso, ma per 17, 20 persone contemporaneamente. In quei momenti ho iniziato a pensare a come potessimo tutti insieme produrre da soli quello di cui avevamo bisogno. Mi sono chiesto come si fa la pasta, come si fa il formaggio, eccetera… ho trovato poi questa terra, e ho scoperto che forse la mia idea non era così utopica, forse tutto era possibile.”

Mi sembra di capire una cosa: hai iniziato a pensare all’ecovillaggio quando la tua necessità di ritorno alla natura si è fusa con l’idea che sarebbe stato meraviglioso tornarci in tanti, tornare insieme: più persone con più necessità, ma anche con più potenzialità. Io l’idea di ecovillaggio me la figuro così: un ritorno alla natura comunitario. Sbaglio?

“C’è molto altro, ma sì, l’idea di ecovillaggio è quella di un vero e proprio villaggio dove ognuno ha una casa, separata dalle altre, e crea una rete sociale e produttiva che riesce, più o meno, ad autosostenersi. A me piace definirlo così un ecovillaggio: un luogo dove le persone più disparate vivono in comunità intenzionali nel rispetto reciproco, nel rispetto dell’ambiente che le circonda e del contesto che le ospita

Poi, ovviamente, nessun ecovillaggio è uguale ad un altro: ogni gruppo va a sviluppare il modello di vita che più gli si confà. La filosofia di fondo è quella di cercar di vivere insieme, uscendo dal paradigma dello sfruttamento ed entrando in quello di prendersi cura.”

Ma questo non lo vedi, un po’, come un ritiro dalla società? Come un rifiuto di volerla cambiare per ritirarsi in un idillio dove tenere i problemi all’esterno?

“Per alcuni forse è così ma noi vogliamo fare qualcosa di diverso: noi abbiamo scelto di vivere nel tessuto sociale di cui facciamo parte, anche per questo siamo così vicini a Soave. Scegliamo di essere parte di questo mondo e non di fuggire, scegliamo di stare tra le persone e di regalare a chi vuole un luogo dove imparare a lavorare la terra, a fare il formaggio, ad avere a che fare con le api…

Noi vogliamo trovare un modo diverso per stare insieme, tutti, non per ritirarci in solitudine.”

Ma se io, domani, decido di costruire un ecovillaggio, non ho idea nemmeno dove iniziare a fare in modo di produrre qualcosa dalla terra. Come hai fatto tu?

“Subito è stato un dramma in effetti, mi hanno dato in mano la gallina e io ho cercato di capire dove avrebbe fatto l’uovo. Quando ho comprato delle capre sapevo che avrei fatto il latte, ma come si munge una capra? Come si nutre una capra perché faccia proprio il latte che vuoi tu?

Anche qui, la risposta la dà la comunità: ho iniziato a provare da solo, poi sono andato a prendermi il latte per fare il formaggio, ho iniziato a chiedere a questo e a quel contadino come facevano loro a risolvere gli stessi problemi che avevo io. Tutti sono stati gentilissimi e tutti mi hanno dato consigli essenziali. Già all’inizio, forse, mi sentivo parte di una comunità… oggi sono in grado di farmi il formaggio da solo, quasi un chilo al giorno. So portare le capre al pascolo, gestire le api, e molto altro… tutto questo studiando e parlando con chi prima di me e da sempre faceva questo lavoro.”

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Ok ma di queste cose tecniche io non ci capisco niente, ho bisogno di fare della filosofia, di capire cosa sta dietro a tutto questo: qual è, per te, lo scopo finale di tutto quello che stai provando a fare con Cascina Albaterra? E perché stai meglio ora che quando facevi foto?

 “Perché reputo che questo sia importante per me, ora. Preferisco alzarmi alla mattina alle sei e dover fare il latte, studiare e dover conoscere tutti i nomi delle piante – ti assicuro che è molto impegnativo – tutta questa consapevolezza di quello che prima mi sembrava non esistesse nemmeno, mi dà molto di più della macchinetta.

Lo scopo ultimo? Credo siano sempre e comunque le persone. Adoro vedere gente che viene a vedere, ad aiutare, ad imparare qualcosa. Vorrei insegnare alle persone a far entrare la natura nelle loro vite, anche piccole cose, non c’è bisogno di fare scelte radicali: che imparino a coltivarsi i pomodori nel poggiolo. Chi viene qui può liberamente imparare tutto quello che facciamo. Vorrei e vorremmo cambiare le vite a partire da questi piccoli gesti.”

Il 30 luglio Cascina Albaterra terrà una giornata di open day, in cui sarà possibile scoprire la realtà che sta divenendo. Vi consiglio di venire, noi di Salmon ci saremo di sicuro.

Perché?

Perché tutti abbiamo una vocazione e una necessità di ritorno alla natura, le gite in montagna, al mare, le immersioni al lago, le foto dei fiori, i tramonti che amiamo assaporare, tutti questi sono segni di questa necessità che riusciamo a sfogare solo a piccole dosi.

Due sono le strade che abbiamo per tornare all’essenzialità della terra: perderci dove finisce la società, oppure imparare a gestire e rispettare il crescere degli esseri viventi vegetali o animali dalla natura stessa. Imparare, o re-imparare, un sapere che l’umanità è stata costretta a creare nei secoli e che, grazie alla settorializzazione della società, ci siamo permessi di dimenticare.

Se sentiste la necessità di seguire questa seconda strada sappiate che ora avete una spalla su cui appoggiarvi, che si chiama Mattia e che si chiama Cascina Albaterra.

E, credo, non sono mai stato tanto vicino dal sentire fisicamente il brivido di una rivoluzione che ha inizio.

 


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