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Libri che ti servivano, e neanche lo sapevi
Leggere, se vogliamo, è l’ultimo atto intimo che ci è rimasto. È pure tempo rubato, va bene. E allora, via, una volta al mese, derubiamoci.

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Main dish: “La figlia oscura” di Elena Ferrante (2006, edizioni e/o)

 

Pagine: 139

 

Tempo di masticazione: due ore qualsiasi che diventano due ore di senso e non si capisce bene come

 

Da provare: quando non andiamo al lago o al mare o a trovare nostra madre da troppo tempo

 

Indicato per: chi si sente sempre segretamente un impostore nel suo mestiere o nelle sue relazioni

 

Sapore: un’arancia sbucciata con amore

 

 

Assaggi:

 

 

  1. “Stavo solo attenta – quando mi tiravano per la gonna, quando dicevano che avevano fame o volevano un gelato o pretendevano un palloncino dall’uomo dei palloni che era lì ad un passo – a non urlare basta, me ne vado, non mi vedrete più, esattamente come faceva mia madre quando era disperata. Lei non ci lasciò mai, pur gridandocelo; io invece lasciai le mie figlie quasi senza annunciarlo”.

 

  1. Che senso aveva polemizzare con lui, dirgli: sono stata dentro un’onda di donne nuove, ho cercato di essere diversa da tua moglie, forse anche da tua figlia, non mi piace il tuo passato. Perché mettersi a discutere, meglio questa calma nenia dei discorsi abusati”.

 

 

  1. “Mi cercavano spesso anche loro, in particolare Bianca che aveva con me un rapporto più imperiosamente esigente, ma soltanto per sapere se le scarpe blu stavano bene con una gonna arancione, se potevo rintracciare certi fogli lasciati in un libro e spedirglieli con urgenza, se ero sempre disposta a lasciarmi scaricare addosso le loro rabbie, le infelicità, malgrado i continenti diversi e il cielo lungo che ci separava.”

 

Perché:

Innanzitutto perché si legge da solo. Un libro prezioso che ti squarcia nella fessura di un pomeriggio. E’ la storia di Leda, donna colta di origini napoletane che va in vacanza al mare. Ci va da sola, visto che le figlie sono grandi e vivono dal padre in Canada. Quei giorni di spiaggia spesi a guardare la giovane vicina di ombrellone alle prese con la sua bambina, si tramutano in una giostra di sorprendente dolore, o meglio di frantumaglia. Se masticate Elena Ferrante da un po’, questa parola ha già preso cittadinanza nel vostro dizionario, quindi perdonate la sosta formativa che impongo a tutti gli altri. Tra le pagine de “La figlia oscura” è messa in scena la psicopatologia perfetta della frantumaglia, un sentimento di malinconica contraddizione che è la cifra dell’autrice e pure una piccola ruberia al vocabolario di sua madre. «Lo usava per dire come si sentiva quando era tirata di qua e di là da impressioni contraddittorie che la laceravano. Diceva che dentro aveva una «frantumaglia». La parola per un malessere non altrimenti definibile rimandava a una folla di cose eterogenee nella testa, detriti su un’acqua limacciosa del cervello».  In buona sostanza è una melma emotiva che non conosce età o estrazione. Tutte le donne della Ferrante, fiorite e sfiorite romanzo dopo romanzo, ne sono afflitte. La volete semplice? Si tratta di quel faticoso istante in cui ti senti una persona meschina in ogni tua innocenza. Ti accusi, ti colpevolizzi e inizi a martoriare quello che sei stato o come lo sei stato. Non si scappa da quei giorni. Quelli nei quali ti rendi conto che abiti una vita che ti è accaduta, non tua. Eppure ti ricordi esattamente il momento in cui l’hai scelta.

 

Note tecniche o lì in giro:

La Ferrante ripete l’aggettivo opaco continuamente (volevo mettervi il preciso numero di volte ma l’indolenza estiva mi ha fermato al 24). L’opacità è il terrore di Leda eppure è anche l’unico modo in cui sa amare. Dietro questa parola, forse, si cela anche la segreta ansia dell’autrice così attenta a tenere i suoi romanzi lontani dalla sua esistenza “per un desiderio un po’ nevrotico di intangibilità”. Nessuno sa, anche se le ipotesi con tanto di prove a supporto si sprecano (qui l’intervista di Nicola Lagioia all’ombra della scrittrice che solo in casi eccezionali risponde alle email) chi si nasconda dietro lo pseudonimo di Elena Ferrante, la certezza la stringe lei e forse qualche fortunato editor di e/o. Dopo il suo capolavoro L’Amica geniale, che il mercato internazionale ha non solo accolto ma consacrato, tutti si sono messi alla febbrile ricerca della sorgente narrativa di quelle righe, per certi versi, indimenticabili. In tutte le vetrine delle librerie americane c’era (e c’è) la Ferrante.

Quanto stanno male gli americani per la Ferrante in uno scatto
Quanto stanno male gli americani per la Ferrante, in uno scatto

Scrive romanzi di donne controverse e umanissime che camminano su suoli piccoli e soffocanti come possono essere certi paesi – come può essere una certa Napoli – e gli americani li ingoiano, uno dopo l’altro. Forse perché senza ipocrisie, la Ferrante, con un costante e innamorato omaggio ad Elsa Morante, ti fa sfilare davanti tutte le femminili infelicità, dicendoti con rara sensibilità, che va bene così, che l’imperfezione non è l’eccezione ma la regola terribile e dolce della realtà. Che a tutti si frantuma il cuore, una volta o l’altra.

 

Una specie di morale

Leda, come ogni madre, è mitologica agli occhi delle sue figlie soprattutto per gesti quotidiani. Sbuccia l’arancia come fosse un capolavoro di arte semplice. “Fai il serpente” le dicono le bambine porgendole un coltellino da frutta, un’ora prima che lei le abbandoni. Toglie la buccia per l’ultima volta con la meccanica della normalità e poi esce dalla loro vita “perché ero troppo piena di me per essere madre”. Deve correre in quell’altra vita possibile, quella dove poter essere una persona e non una funzione. Uno spazio di mondo dove tra lavoro, amori e luoghi, godere “dell’autonomia delle mie qualità”. Perché è un bel miracolo un figlio, ma è anche un arabesco di rinunce. Bisogna domandarsi quanto la responsabilità di un altro che dipende da noi, abbia il diritto di ridisegnarci. Senza affrontare questo interrogativo – forse il più scabroso della storia, perché fa a pezzetti ogni tentativo di sublimare la maternità – ci si riduce per anni al ciglio della propria persona oppure, al contrario, ci si infila in giochi di specchi tardivi e si finisce per fare cose inspiegabili e piuttosto tragiche. Ci si trova così a rubare una bambola ad una bambina conosciuta in spiaggia – come ha fatto Leda – per avere qualcuno o qualcosa da accudire e soprattutto per far tacere il pesante pensiero di una “mancanza inconfessata”. Quella di aver amato con una tenerezza distratta.

 

Salmonita

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