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Di Tobia Poltronieri

(in memoria)

Un pomeriggio dello scorso settembre camminavo verso casa con in mano una copia del Mistero Buffo. L’avevo appena comprata alla Libreria del ‘900, nella celeberrima edizione Bertani. Tra a me e me pensai che come minimo sulla strada di casa avrei incontrato il suo editore. E così fu. Pochi minuti dopo lo vidi camminare lentamente verso di me dalla parte opposta della strada all’altezza della chiesa di San Tommaso, che poi scoprii essere il suo luogo “ufficiale” per le letture dei quotidiani. Mi avvicinai a lui mostrandogli la copertina del libro e gli dissi semplicemente “Salve”. Era confuso e contento allo stesso tempo. Cominciò subito a raccontarmi che quella era la terza edizione del 1974, che valeva moltissimo (nonostante io l’avessi pagata pochi euro) e mille altre informazioni che ho dimenticato, non strettamente collegate al libro. A rendere reale quel momento per la mia mente ci pensò l’amico fotografo Stefano (Bellamoli) che passava di lì in quel momento, a cui chiesi di farci una foto. Bertani e io non ci presentammo, e dopo svariati “Arrivederci” a cui seguivano entusiastici ritorni alla carica (letteralmente ci salutavamo e poi Bertani tornava indietro da me e Stefano per ricominciare a parlare) ci salutammo per davvero.

(foto di Stefano Bellamoli, 13 settembre 2018)

Avevo già incrociato Bertani negli anni precedenti, come quasi tutti quelli che vivono a Veronetta. Solo una volta però, qualche mese prima, c’eravamo fermati a parlare a lungo, nello specifico su una biografia di Garibaldi da lui pubblicata dopo che aveva attaccato bottone con me, la mia compagna e una nostra amica con una scusa qualsiasi. Dopo aver scoperto che le ragazze erano sarde cominciò un simpatico monologo su Garibaldi e la Sardegna. Quando poi dovemmo salutarlo cordialmente per andare a prendere l’aereo ci salutò sgarbatamente immaginando che ci fossimo stufati di parlare con lui (o meglio ascoltare quello che aveva da dirci).

Tornato a casa col Mistero Buffo in mano iniziai a pensare che forse quella simpatica coincidenza potesse nascondere un bel segnale da seguire. Cercai in internet informazioni su di lui. Niente. Nessun approfondimento. Solo vecchi articoli di quotidiani di qualche decennio fa a parte uno recente pubblicato da Il Giornale, non proprio brillantissimo.

Mi chiesi come fosse possibile. Mi sembrava assurdo che nessuno avesse mai scritto niente su Bertani, sulla sua incredibile storia, su quanto fosse importante ciò che aveva fatto non solo per la nostra città ma per la cultura internazionale. A partire naturalmente dal celeberrimo Mistero Buffo. Passando per le vicende politiche e umane, dal rocambolesco sequestro del 1962 (credo il primo della nostra storia) fino al tentato suicidio in piazza per denunciare l’ennesima bancarotta della sua casa editrice. Appresi queste notizie spulciando dai pochi articoli caricati automaticamente dai siti dei quotidiani nazionali, e pian piano questa storia incredibile che camminava a pochi passi da casa mia mi chiedeva di essere raccontata. Volevo conoscerla io per primo! Capii dunque che quel libro dovevo scriverlo io. Ma io non scrivevo libri. Forse esisteva un’altra maniera per raccontare quella storia.

Mandai subito un messaggio al mio amico regista Giovanni Benini. Pochi minuti dopo era confermato: avremmo girato un documentario su Giorgio Bertani, l’editore.

Da quel momento come mi succede spesso in queste situazioni tutto per me era chiaro, fattibilissimo, palpabile e assolutamente entusiasmante nonostante mancasse qualsiasi concretezza, a partire dal fatto che non avevo idea di dove vivesse. E che forse prima di cominciare avremmo dovuto chiedere il permesso almeno al soggetto del documentario stesso!

Pochi giorni dopo il magico incontro dovetti partire per un viaggio, perciò cominciai per davvero la ricerca un mese dopo, appena tornato a Veronetta. In primis chiesi informazioni a mia zia che conosceva editori veronesi a lui legati, i quali però purtroppo non avevano sue notizie da molto tempo. Non risponde più al telefono, dicevano. Andai alla Libreria Libre da Lia e anche lei mi disse la stessa cosa, nonostante fosse amico di famiglia. Non lo incrociavo per strada da un po’ e mi preoccupai. Trovai dunque il suo numero sull’elenco telefonico. L’unico Giorgio Bertani che viveva in Veronetta. Chiamai una prima volta, nessuna risposta. Aspettai qualche giorno, richiamai verso ora di pranzo e… risponde! Non mi fu difficile fissare un incontro, Bertani disse che aspettava una mia chiamata (?) e che mi conosceva (cosa improbabile visto che non c’eravamo mai presentati). Naturalmente pensai che mi stesse confondendo con qualcun altro, ma posticipai l’eventuale chiarimento al caffè che avremmo avuto poche ore dopo nel bar sotto casa sua.

Arrivai puntuale per le 15. Bertani era già seduto al tavolo. Mi presentai e lui esordì dicendomi che, visto il ritardo, se ne stava quasi per andare. Io guardai l’ora ed essendo le 15:03 pensai che dovesse essere una persona molto puntuale. Capimmo in pochi secondi che si era scordato di mandare indietro di un’ora l’orologio (l’ora legale era cambiata qualche giorno prima) e che quindi per lui erano le 16. Insomma per la sua percezione, senza tenere conto dell’orario convenzionato con il resto del mondo, avevo tardato di un’ora. Era stato decisamente molto gentile e fiducioso del mio arrivo!

Iniziò così un pomeriggio veramente intenso e colmo di parole e pensieri, in cui dopo essermi presentato, passai le seguenti due ore ad ascoltare, talvolta intervenire brevemente per poi tornare ad ascoltare. Mi aspettavo un “dialogo” del genere e quindi in partenza ero ben disposto all’ascolto. Non mi aspettavo però che quella frenetica e imprevedibile sequenza di argomenti e discorsi potesse tendere all’infinito. Senza pause. Sarà che io ero accondiscendente e non avevo voglia di calcare la mano e imporre la mia presenza (dopo aver comunque chiesto io l’incontro) ma non riuscii a dire praticamente niente, né tantomeno ad approfondire il motivo per cui l’avevo chiamato.

Ero affascinato e allo stesso tempo travolto (non per forza piacevolmente) da questo fiume in piena di discorsi spesso scollegati tra loro, che sgorgavano dalla figura di un barbuto vecchietto di bassa statura con basco, bastone, vestiti sgualciti e tascapane (da cui estrasse una raccolta di scritti dell’amato Pasolini) che trasformava una tazza di caffè in un frappè di zucchero, ovvero si vantava di aver trovato la sua salvezza: svuotare in una tazzina di caffé svariate bustine di zucchero per raggiungere il fabbisogno di energie necessarie per “vivere” ogni giorno al costo di un euro.

Affascinato perché sapevo che dietro quel flusso di parole si nascondeva una vera vita, sicuramente avventurosa, talvolta violenta, certamente degna di essere vissuta. Travolto perché non capivo come districarmi in mezzo a quella corrente trascinante senza sembrare maleducato; non mi piace interrompere le persone quando parlano. Optai quindi per quel primo incontro “conoscitivo” di accontentarmi semplicemente di essermi presentato e di aver passato del tempo informale con lui.

Uscimmo dal bar e io credetti che la nostra chiacchierata fosse giunta al termine quando avvenne un ulteriore momento magico e misterioso, credo collegato alla telefonata di quella mattina (quando mi disse che aspettava la mia telefonata). Mentre mi raccontava un aneddoto che adesso non ricordo nel dettaglio mi disse “questo ti può essere utile per il tuo progetto”. Non capii mai a cosa si riferisse. Era come se sapesse già tutto. Quella semplice frase mi sconvolse, e non ebbi il coraggio di chiedere per che cosa potesse essermi utile. Non avevo ancora parlato a Bertani della mia idea di raccontare la sua storia, né tantomeno del documentario, quindi credetti che mi stesse ancora confondendo con un altro.

Ma non feci in tempo a meravigliarmi di quella frase che Bertani guardando oltre le mie spalle mi disse “ok stai tranquillo, ci stanno seguendo”. Mi prese a braccetto e mi intimò di camminare normalmente. Ovviamente non avevo idea di cosa stesse succedendo, ed ero abbastanza certo che non ci stesse seguendo nessuno. Girammo l’isolato sempre a braccetto proseguendo con molta lentezza (si sorreggeva su di un bastone) e in mezzo al turbinio di informazioni venni a conoscenza del fatto che gli avessero tolto la corrente perché non poteva pagare le bollette da mesi. E che avrebbe scritto a non so chi per farsi aiutare in quanto personalità di spicco della cultura italiana (cosa che ritengo giusta, in ogni caso). Era triste ma non disperato. Mi chiese di cambiargli l’ora sull’orologio da polso. Mi invitò a vedere casa sua. Fu decisamente pesante vedere una casa buia che non può essere illuminata. Il che è un controsenso ma è la realtà. Che è un controsenso a sua volta. Bertani dopo le 17 (era fine ottobre) non vedeva più nulla tra le sue mura, a parte percepire le forme degli spazi grazie alla preziosa luce proveniente da un lampione orbitante davanti alla finestra di camera sua. Ci avvicinammo alla suddetta finestra e Bertani mi chiese di sbirciare dalla finestra, facendo finta di guardare casualmente in giro, e di notare se dalle finestre davanti ci stessero spiando o meno. Non capivo. Da un momento all’altro era spaventato. Effettivamente davanti alla sua finestra dall’altra parte della strada spiccava la facciata della sede della Guardia di Finanza. Ma non c’era nessuno alle finestre di fronte. Bertani credeva che lo spiassero da lì, ed era fermamente convinto che avessero costruito l’edificio proprio per tenerlo sotto controllo! Cercai di sviare l’argomento provando a tranquillizzarlo ma non era una situazione facile. Solo immaginare di lasciarlo a casa da solo in mezzo al buio assoluto era già di per sé triste e deprimente. Aggiungiamo anche paranoie persecutive ed era veramente troppo, non sapevo come gestire una cosa del genere.

Mi diede un numero di un suo assistente sociale di riferimento nel caso gli fosse successo qualcosa. Bertani non aveva il cellulare. E avevo percepito dai discorsi precedenti che moglie, figli e parenti erano lontani e distanti, non so dove, perché e per come. Senz’altro era evidentemente un uomo abbandonato a se stesso, materialmente povero, esteticamente trasandato, fisicamente acciaccato e mentalmente provato. E assolutamente inerme. Per quanto io fossi armato delle migliori intenzioni ero pur sempre uno sconosciuto che l’avevo accompagnato a braccetto per Veronetta e a poche ore dalla mia presentazione mi trovavo dentro il suo buio appartamento.

Non ricordo come lo salutai, mi chiese drammaticamente di aiutarlo a sistemare l’unica lampadina a pile che aveva in casa ma era irreparabilmente disintegrata dopo essere caduta a terra nel buio. Le pareti della sala erano foderate di libri, come potevo immaginare. Al centro della sala intuivo una grande tavolo colmo a sua volta di libri accatastati maldestramente, come in un trasandato mercatino dell’usato. Passammo anche da un ripostiglio in cui conservava gli ultimi avanzi delle sue edizioni. Erano veramente pochissimi volumi tenendo conto di a quanto ammontino le sue pubblicazioni. Lasciarlo in quel piccolo appartamento mi fece molta tristezza, e mi lasciò un grande senso di inermità, come succede quando si incontra qualcuno che sta peggio di noi ma non si può fare nulla: proviamo ad empatizzare, e quando tutti abbiamo abbassato le mura di difesa ci accorgiamo che non c’è niente da fare, e quindi non ci resta che andarcene.

Mi disse di chiamarlo la mattina verso le 8 per sapere come stava, cosa che promisi di fare ma non feci. Avevo bisogno di capire cosa avevo appena vissuto in appena due ore. Non avevo mai conosciuto una persona in questa maniera.

Impiegai un mese per elaborare quell’incontro intensissimo, che ancora oggi mi trasmette la stessa forte energia, vitale e mortale allo stesso tempo. Passai dal chiedermi se non stessi approfittando di una persona in difficoltà per creare una storia che rischiava di scavalcare la persona in questione (cosa che non volevo) fino a credere di non avere abbastanza forza per affrontarlo nuovamente e stare affianco alla sua vita strabordante. Realizzai però che ne valeva assolutamente la pena in quanto il mio era un tentativo, un umile desiderio di raccontare una storia che credevo fosse necessaria per molti, utile per tutti, per ricordare, imparare e comprendere il nostro presente. Dalla nostra contrastata Verona fino alla dolorante Italia. Quest’uomo aveva attraversato quasi un secolo nascendo tra le due guerre e dedicando la propria vita alla cultura e alla politica, quando queste erano indissolubili e parti integranti della vita di ognuno. Il fatto che fosse stato abbandonato e dimenticato da tutti, anche dai suoi possibili sostenitori, ne era tragicamente una perfetta e simbolica conclusione che parla chiaramente da sé.

Ancora una volta lo chiamai al telefono e fissai velocemente un caffè qualche ora dopo. Solo queste prime due volte che non ci furono difficoltà a incontrarlo.

Mi preparai all’incontro, premurandomi questa volta di gestire attivamente la conversazione incanalandola direttamente verso la motivazione per cui gli avevo chiesto di incontrarci, evitandomi così di finire ad ascoltare quaranta minuti di monologo sulla costruzione di case in Veronetta e sulla visita del Presidente della Repubblica all’Università di Verona.

Riuscii dunque a raccontargli la nostra idea generale, ovvero di realizzare un documentario su di lui, girato da me e un amico regista con esperienza nel campo dei documentari. So che può sembrare assurdo ma non potei andare più affondo di questo; Bertani approvò con discreta gioia senza però mostrarsi poi interessato ad approfondire la questione. Provai anche a dirgli che ero interessato a curare un suo eventuale archivio, visto che questo non esisteva in alcuna maniera, ma non diede alcun peso alla proposta, cambiando subito argomento (non pareva una questione delicata, semplicemente non pareva importante per lui).

Da quel caffè il 30 novembre è passato tanto tempo. Nel mentre che la mia vita procedeva e i concerti mi tenevano lontano da Verona e dal progetto cercavo con il regista Giovanni di mantenere in tensione il filo del discorso. Dovevamo incontrarlo tutti e due e proporgli un progetto pratico. Ogni tanto provavo a chiamarlo al telefono ma non rispondeva. Talvolta rispondeva ma diceva che era incasinato e che dovevo richiamarlo più avanti. Sembrava sempre meno interessato. Lo incontrai casualmente davanti alla chiesa di San Tommaso mentre leggeva sulla sua panchina preferita, bagnato dal sole del pomeriggio. Mi fece i complimenti per il mio cappotto e mi disse che sembravo proprio un signore: ora ero autorizzato ufficialmente a dargli del tu. Probabilmente gli ero sembrato abbastanza adulto da meritarmi questa confidenza. In ogni caso mi aveva fatto piacere. Poi casualmente arrivammo a parlare di compleanni e gli chiesi in che giorno fosse nato. Mi rispose “il 10 luglio” e sussultai per un attimo. Non avevo mai incontrato qualcuno nato nel mio stesso giorno. Mi congedai e gli dissi che l’avrei chiamato per il documentario e lui si lamentò che era passato troppo tempo. Aveva ragione, ma il ritmo delle cose è sempre imprevedibile.

Chiamai ancora e nulla, posticipava perché era occupato con le sue assistenti sociali, diceva. Addirittura una volta me ne passò pure una al telefono perché mi presentassi, le disse che al telefono c’era “il musicista” e la annoiata voce femminile prese la cornetta per sentire la mia voce imbarazzata che ripeteva che ero un amico di Giorgio e che facevo il musicista. La donna mi ringraziò e dall’altra parte della cornetta corresse Giorgio che la chiamava col nome sbagliato.

Un pomeriggio mentre mangiavo un gelato con un amico sulla sua famosa panchina arrivò Giorgio. Effettivamente stavamo occupando la sua postazione, ma fu gentile dal declinare la nostra proposta di lasciargliela. Chiacchierammo un poco, mi mostrò un invito del comune a presenziare a un incontro sulla storia veronese in quanto cavaliere di vattelapesca e ci salutammo. Pareva discretamente solare e in linea con lo stato di salute a cui mi ero abituato.

Il tempo passava, Giovanni il regista mi rimproverava di aver aspettato troppo (aveva pienamente ragione) e suggerì di andare con Giorgio al grande corteo contro il Congresso Pro Famiglia del 30 marzo. Lo chiamai subito, il giorno prima della manifestazione, e glielo proposi. Giorgio però era scosso, aveva avuto la brillante idea di andare da solo il giorno prima in Gran Guardia ed esigere di partecipare al congresso al grido di “lei non sa chi sono io” ai vari addetti della sicurezza (e diceva che molta gente e giornalisti l’avevano riconosciuto e intervistato). Naturalmente era stato allontanato, probabilmente in malo modo, ma chi può saperlo; l’unica certezza sono sicuramente i modi “calorosi” di esprimersi del nostro editore. Giorgio non se la sentiva di declinare il nostro invito nonostante fosse palesemente confuso e impaurito dall’accaduto, così pensai non fosse il caso di insistere e rimanemmo d’accordo che eventualmente ci saremmo sentiti la mattina dopo prima di andare alla manifestazione. All’ultimo mi chiese se potevo fargli il favore di comprare i giornali locali per lui dove ci sarebbe stato l’articolo che parlava dell’accaduto del giorno precedente. Dissi che ero occupato e che purtroppo non ce la facevo così lui troncò d’improvviso la telefonata, infastidito come fece quella prima volta quando dovemmo interrompere la chiacchierata perché si stava facendo tardi per andare all’aeroporto.

Quella fu l’ultima volta che chiacchierai con Giorgio. Una sera, non più di due mesi fa, scesi di casa con degli amici, e camminando velocemente per via Carducci me lo trovai a fianco. Sorpreso lo salutai con gioia, ma ero di fretta e non mi potei fermare per scambiare una parola.

Oggi mentre scendevo di corsa sulla mia bici dalle colline della Valdonega verso il luminoso Adige, dopo un pranzo con la mia amata nonna, un’altra persona con una vita lunga, intensa, d’altri tempi e di tutti i tempi, la cui presenza sarebbe già abbastanza sufficiente per riempire un libro oltremodo avvincente, pensavo che non potevo credere a quello che avevo appena visto. Nella schermata del cellulare vedevo un link che non avevo voluto aprire. Me l’aveva mandato il regista. Diceva che Giorgio era morto.

Nella mia breve vita di trentenne forse sono stato fortunato, forse sono semplicemente cieco e sordo, ma credo di aver avuto poco a che fare con la Morte. La Morte che ti riguarda direttamente e personalmente nell’intimo, s’intende. Ricordo come fosse ieri quando sono tornato a casa dal ginnasio sabato 23 novembre 2002 e mia madre mi aspettava per dirmi che il nonno Tazio se ne era andato, dopo una lunga ed estenuante malattia. Tutti i mesi e gli anni di sofferenze, che mi mostravano un mondo nuovo e diverso, che non mi piaceva ma esisteva ugualmente, erano svaniti con una semplice frase. Il nonno se ne era andato. Tredici anni dopo un caro amico, non solo un grande musicista, con cui avevo condiviso la mia vita universitaria veneziana, se ne andava prima di compiere trent’anni per un male incurabile.

Quella volta proprio non me l’aspettavo, immaginando da qualche parte della mia coscienza che morire a vent’anni ora, in questo mondo evoluto e perfettissimo, fosse impossibile.

Oggi ho sentito una strana sensazione scendendo dalle colline verso la città, come se non avessi ancora colto qualche punto, come se il senso di incompletezza e inadeguatezza che ancora pervadono il mio corpo non fossero causati semplicemente dalla tristezza per l’improvvisa assenza di Giorgio. Forse anche stavolta mi ero convinto che non se ne sarebbe andato prima delle mie previsioni, di certo non prima del documentario che avrebbe raccontato la sua storia e la visione della Storia dalla sua visuale, tentando di onorare e sistemare allo stesso tempo la confusione che lo ha accompagnato soprattutto in questi ultimi anni di vita (un po’ tanto ambizioso, lo ammetto).

Non ho voluto leggere nessuna notizia in rete, nessun necrologio su quotidiani locali che l’hanno sempre ignorato e che sono sempre ignoranti, nessun ricordo da chi l’ha lasciato al buio nello scorso lungo inverno, non posso sopportarlo. Sono andato davanti a casa sua, e avvicinandomi alla sua via mi immaginavo di trovare un corteo come piaceva a lui o un sit-in vecchia scuola per tenere vivo il suo ricordo almeno per oggi. Ovviamente la via era deserta e tutto esisteva silenziosamente come ci si aspetterebbe da una domenica estiva.

Tornato a casa ho sfilato dalla mia libreria un libro da lui pubblicato nel 1987 del misconosciuto poeta veronese Giuseppe Piccoli (morto suicida dopo una tragica vicenda familiare) che ho trovato assieme a molti altri volumi della sua casa editrice abbandonati in un negozio dell’usato di provincia.

Avrei voluto chiedergli che ne pensava di questo libro incredibile e del suo maledetto autore, avrei voluto chiedergli di Bifo, di Rella, di Fo e dei grandi con cui ha lavorato e che ha contribuito a rendere i personaggi che conosciamo oggi. Avrei voluto chiedergli che ne sarebbe stato di tutti i suoi libri, e avrei proprio voluto realizzare il suo archivio, per salvaguardare il duro lavoro dell’editore italiano culturalmente più importante che abbiamo avuto tra noi fino a poche ore fa. Avrei voluto fare un documentario su di lui per raccontare la sua storia incredibile. Ma quello, per fortuna, lo posso ancora fare.

Ciao Giorgio, e grazie di tutto!

Tu scendi questa scala

e sali al cielo

dove cento palloncini rossi

fissati da diecimila gnosi

galleggiano verso l’etere di dove

uno sguardo forse allusivo

all’adulta materia degli adulti

gioca con la perplessa fantasia

che goccia dai tuoi occhi come luce

azzurrina… Non fosse 

che il palloncino e il dio

scoppiano d’amore

appunto nell’etere lassù.

Giuseppe Piccoli

(da Chiusa poesia della chiusa porta, p. 120, Bertani Editore, 1987)

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