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by Giulia Costa – Urbs Picta

Francesca Finotti (1993) è la vincitrice della call for artists di Associazione Culturale Urbs Picta che prevede una residenza presso Spazio Bedeschi – Artist Residency Art Gallery e una borsa per la realizzazione di un’installazione site specific presso l’Antica Dogana di Fiume ai Filippini in occasione della 6^ edizione del Bridge Film Festival. 

Nata a San Zeno di Montagna, hai vissuto e studiato prima a Verona e poi a Milano. Qual è il luogo dove preferisci vivere e soprattutto lavorare in ambito artistico?

«Mi piace vivere sia il paese che la città. In questo momento vivo a Caprino Veronese in provincia di Verona, dove ho uno studio e vado a Milano quasi ogni settimana. Da poco ho aperto a Milano uno spazio indipendente, BRACE BRACE, assieme ad altri due artisti, Cecilia Mentasti e Francesco Paleari; considero questo spazio soprattutto come luogo di condivisione, incontro e di ricerca. Per me è importante avere la possibilità di spostarmi, avere più punti di riferimento che rispondano a esigenze diverse. Sicuramente dove vivo, a San Zeno di Montagna, sono più portata a un tipo di lavoro introspettivo, di pensiero, mentre a Milano mi dedico alla realizzazione, al lavoro manuale. L’ambiente familiare e rassicurante del paese dialoga con gli aspetti più estranianti ed eccitanti della città, per me sono importanti entrambe le prospettive».

La call chiedeva di proporre un progetto concettualmente vicino al tema del flusso temporale come attesa e sospensione, come mai hai deciso di proporre Untitled 2019?

«Pensando al flusso ho subito visualizzato le miriadi di immagini che ogni giorno ci attraversano, Untitled è un dispositivo di visione attraverso il quale osservare ciò che ci circonda con sguardo opaco; ma è anche un luogo altro, un’eterotopia, dove tempo e spazio acquisiscono proprie connotazioni. Mentre al di là delle vetrate tutto continua a scorrere veloce, all’interno il ritmo cambia, si è invitati a fermarsi. Perdendo la percezione visiva a cui siamo abituati occorre del tempo per ristabilire l’equilibrio, in questo senso si configura lo stato di attesa e in questo momento sospeso lentamente cominciamo a percepire lo spazio attraverso altri sensi. Scopriremo un odore ad esempio, una diversa temperatura, una sensazione viscosa sulla pelle».

Cosa vorresti comunicare agli spettatori con questo progetto?

«Ci sono diversi livelli interpretativi di ciò che ci si pone di fronte, le vetrate sono un ostacolo alla visione, il mio intento è quello di enfatizzare l’atto di “guardare attraverso”, ogni cosa è ridotta a ombre, presenze. Essere all’interno della struttura è come proiettarsi in un ricordo offuscato. L’opera è molto aperta a diverse interpretazioni, quello che mi piacerebbe lasciare è una sensazione fisica, una sorta di déjà-vu costante, l’idea di aver già vissuto un’esperienza simile senza sapere dove o quando».

Come è la figura dell’artista della tua età? Si vive di sola arte e cultura o occorre avere un’altra occupazione?

«Sicuramente dipende dalle possibilità che ognuno ha, per quanto mi riguarda sto portando avanti più lavori. Avevo aperto un b&b cinque anni fa per pagarmi gli studi e sto continuando, da un paio di anni lavoro come assistente per Paola Pivi e tengo dei corsi d’arte alle medie, sono tutti lavori che lasciano spazio alla ricerca personale. Con il tempo le opportunità che si presentano sono più numerose e le istituzioni a supporto dei giovani artisti non mancano, occorre continuare con tenacia».

Prossimi obiettivi? Progetti in corso a cui stai lavorando?

«Per ora mi sto dedicando a una tesi che mette a confronto le caratteristiche estetiche descritte dal filosofo Timothy Morton nel suo libro “Iperoggetti” e le peculiarità delle mostre nel panorama contemporaneo. Allo stesso tempo sto lavorando a un progetto di mostra collettiva assieme a due curatori. La mostra, il cui titolo è Little we see is ours, si terrà a Verona durante i giorni della fiera in uno spazio molto stimolante: un deposito di vecchi pianoforti».


Untitled, 2019 (vetro, ferro, alluminio, olio di cocco, dimensioni ambientali) è un’opera dalla natura multiforme, che crea un dialogo site specific con lo spazio in cui si instaura, un dispositivo di visione, dove l’approccio retinico è compromesso e la percezione avviene attraverso altri sensi, come l’olfatto. 


Ricordiamo che l’installazione sarà visibile dal 10 al 13 luglio durante Bridge Film Festival e sarà possibile incontrare l’artista durante il pannel a lei dedicato.
Mentre
sabato 13 luglio dalle ore 17:00 non perdete “Meet the artist: Urbs Picta con Francesca Finotti e Jessica Bianchera” presso l’Antica Dogana di Fiume .


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