di Silvia Forese

Sessanta giorni di isolamento forzato non sono pochi, soprattutto se non eravamo abituati a passare molto tempo in casa. Ci siamo dovuti arrendere a questa amara condizione, per poi scoprire ed ammettere che a casa, male non si sta. Anzi, il timore di dover riprendere, presto o tardi, la consueta e spesso frenetica routine giornaliera, adesso ci disturba pure.

La casa è diventata il nostro ristorante preferito dove si impasta lievito madre un girono si, e l’altro anche. Per evitare che il composto si inacidisca troppo, si sfornano pagnotte di pane dai gusti più svariati. Con i semi, con le olive, con le noci, il pane arancione con la curcuma, e poi le pizze, i grissini, le focacce, i dolci, tutti ovviamente esperimenti da migliorare. Inoltre il nostro ristorante usa solo erbette aromatiche, spezie e insalatine a chilometro zero, perché nel frattempo abbiamo creato un mini oro in terrazza. La casa è diventata il nostro ufficio, il nostro cinema, la nostra palestra, in nostro bar, perché di tanto in tanto incontriamo anche i cari amici per un aperitivo call. E ancora, La casa/studio di registrazione, un perfetto set dove filmare, fotografare, giocare. La nostra casa è diventata a tutti gli effetti il nostro parco giochi. Ogni spostamento, anche il più banale, quello per esempio che ci porta da una stanza all’altra, potrebbe essere considerato un gioco, una sorta di mappatura dove in punti specifici succede qualcosa, piuttosto che altro. E’ proprio da questa riflessione che nasce il modulo Domestic Playground, che ho proposto alla Sou a domicilio. Ogni settimana introduco ai ragazzi della scuola di architettura un argomento del quale discutiamo tramite video chat. Le nostre lezioni durano circa un’ora, e a fine incontro io suggerisco loro un esercizio. Non sono compiti per casa, è una sorta di challenge. Il tema della settimana scorsa è stato quindi, il Playground. Ho chiesto ai ragazzi di trasformare la loro casa in uno spazio di gioco. Andava bene anche un angolo di casa, della loro stanza, del salotto o del bagno. Persino la loro scrivania, poteva diventare un playground. Ho chiesto a dei ragazzini di 10/12 anni di stare a casa e di sentirsi come se fossero a Villa Lizzi e avessero costruito, proprio nel nostro parco, un gigantesco playground.

Ovviamente io, che da quando sono in isolamento ho trasformato la mia casa, in uno studio di arte sperimentale dove, il lavoro si confonde spesso con il gioco, ero molto curiosa di sapere cosa poteva aver fatto sentire questi “mini progettisti“ in un playground domestico. Alcuni di loro hanno architettato dei percorsi ad ostacoli lungo i corridoi di casa, o nelle loro stanze. I fan di David Belle, hanno optato per spostarsi nel modo più efficiente, da un punto all’atro della loro stanza, sfruttando la filosofia del parkour, altri invece hanno inventato dei giochi da tavolo con regole dettagliate e severe. Insomma le risposte sono state molte, bizzarre, e di notevole ispirazione, come spesso accade quando mi confronto loro.

Il gioco non ha pareti. In tutto questo elogio al domestico, spero tanto che il giorno 4 maggio ci porti fortuna. Data da segnare sul calendario come Festa della fase 2.

#STAYSAFEANYWAY

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