di Sardon

Intervista ad Alberto Sperotto, vicepresidente della “Ronda della Carità”

Arriviamo in un’officina abbandonata da tempo. Due caseggiati e un capannone, su un terreno abbastanza spoglio, ma grande. Di fianco, la ferrovia.
Il verde della vegetazione attorno è crudo, grezzo. Sembra di non essere più in città, anche se siamo a qualche chilometro dal centro.
Eppure, dopo essere stata affidata alla “Ronda della Carità”, la l’organizzazione veronese che si occupa di aiutare chi è senza dimora, questa struttura ha cambiato faccia.
Oggi, quella vecchia officina si chiama “Rifugio 2” – in via Campo Marzo 32, dietro al cimitero monumentale – e funziona da secondo centro (dopo quello storico di via Garbini 10) per l’associazione, che ha sistemato gli edifici rendendoli agibili.
Incontriamo Alberto Sperotto, vicepresidente della onlus.

Cos’è il Rifugio 2?
La Ronda della Carità è conosciuta principalmente per l’attività notturna, coi furgoni per le vie della città a portare coperte e cibo a chi dorme per strada. Meno conosciuta, invece, è l’attività diurna. Al Rifugio 2 offriamo le colazioni e un servizio aperto a giugno: un’officina per le biciclette.

Di cosa si tratta?
La ciclo-officina “Kamara d’aria”, in ricordo di Kamarà, un ragazzo di ventitré anni morto due anni fa di tubercolosi, aiuta chi è senza dimora ad aggiustare la propria bicicletta. Nella sua baracca abbiamo trovato degli attrezzi, che sono stati il primo patrimonio dell’officina.

Ci viene mostrato il capannone, di cui ormai è rimasto solo lo scheletro metallico, straripante di telai, ruote e manubri pronti ad essere riparati.
Davanti a noi, alcuni ragazzi e dei volontari sistemano le biciclette con gli attrezzi del rifugio.

Com’è cambiato il servizio con l’emergenza sanitaria?
Da un giorno all’altro abbiamo perso la quasi totalità dei donatori di cibo, principalmente ristoranti e locali. Contemporaneamente, le persone per le strade sono aumentate in modo esponenziale. Il picco è stato a ottobre, con duecento novantasei senzatetto, mentre nello stesso giorno del 2019 erano state ottantasette.

Esiste una caratteristica comune a chi vive per strada?
Tutti sono diversi. Non si può generalizzare. L’unica cosa che condividono è l’assenza di reddito. Tanti hanno voglia di lavorare, ma alcuni vivono in quelle condizioni da talmente tanto tempo, che ora sono “patologici”.

Parliamo delle istituzioni.
La prima cosa che le istituzioni fanno è chiedersi: “É di nostra competenza?”.
Una volta ci è capitato di dover assistere una donna incinta e sua figlia di tre anni che dormivano per strada. Era un venerdì sera, e nessuno ci aiutato, né questura né carabinieri. Esistono dei dormitori, ma solo chi ha un documento può entrarci, e tanti non lo hanno.
Per questo motivo, chi vive per strada è un invisibile. E quando comunichiamo all’amministrazione i nostri report, sono increduli.
Il Comune, d’inverno, aumenta la disponibilità dei posti letto, ma non sono sufficienti.

Come vi finanziate?
Quando apriamo gli estratti conto, quasi ci scende una lacrima. Una lunga lista di donazioni, grandi e piccole, da persone a noi sconosciute, che non possiamo neanche ringraziare.
Questo ci fa capire quanto sia importante il nostro lavoro.

Verona è spesso associata all’intolleranza. È davvero così?
No. Riceviamo tante offerte, anche di cibo, e tanti si offrono come volontari. Tutto questo è un grosso aiuto.

Guarda il nostro mini-reportage “Breakfast in Ronda”

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