In occasione del workshop che si terrà sabato 11 Giugno presso Lino’s & Co, abbiamo fatto quattro chiacchiere con Francesca Corso, artista e illustratrice. 

Ci è piaciuto molto come ha saputo parlarci con trasparenza e genuinità della sua passione ed è per questo che abbiamo deciso di condividerla con voi perché amiamo parlare alle persone e soprattutto raccontarle. 

Tutte le info per partecipare al progetto sul nostro profilo Instagram e su quello di Francesca (@fc.illustration).

 

                                                                                                Intervista di: Aurora Lezzi

 

Come ti chiami e che lavoro fai?

Mi chiamo Francesca Corso e sono un’illustratrice, lavoro per diverse case editrici, tra cui “uovonero”.

Cosa ti piace del tuo lavoro?

Mi piace il poter esprimere un concetto attraverso un disegno, un segno o un colore e quindi trasformarlo in qualcosa di visivo. Questo vale per una storia, che può essere una fiaba, quindi creare una sorta di mondo in cui far vivere quella storia e i personaggi stessi che ne fanno parte. Mi piace poi il rapporto che si ha alla fine di un progetto editoriale, perché essenzialmente, facendo libri per bambini, mi piace il processo che c’è all’inizio e soprattutto alla fine, quindi vedere la reazione dei lettori. Vedere la sorpresa negli occhi di chi guarda è la cosa più bella in assoluto. La parte più divertente, però, è quella creativa: il momento in cui ti arriva un testo e tu inizi a lavorarci. Devi pensare a un mondo totalmente nuovo e farlo tuo al cento per cento, rispettando la storia e l’autore.

Quindi ti basi su una storia già esistente?

Lavorando con case editrici, la maggior parte delle volte, mi viene commissionato un testo, che più essere una fiaba piuttosto che una storia a caso, e il mio compito è quello di trasformare in segni, forme e colori ciò che è scritto a parole. Il compito di un illustratore è quello di dire attraverso un disegno ciò che un autore non dice con le parole: è un completare la parola dell’autore.

Di conseguenza, da parte tua c’è uno studio della storia?

Sì, c’è assolutamente tantissimo studio. Una volta che hai il testo davanti, inizi a studiare i personaggi, la loro identità, l’ambiente in cui si muovono, i costumi..tutto. È come se fossi una sorta di scenografa e mettere in atto la storia, perché hai la base e il resto lo costruisci tu. Devi studiare il personaggio perché nella storia deve reggere tutto, non può esserci niente lasciato al caso o di non completo. 

Quando hai scoperto di avere questa tua passione e quando hai capito di volerla comunicare?

Credo fin da piccola, anche perché gli album illustrati mi hanno sempre accompagnata. Magari inizialmente non ci davo molto peso nonostante l’arte mi sia sempre piaciuta, però da piccola non pensavo di fare questo da grande. È un percorso che ho raggiunto più tardi nel momento in cui ho capito che volevo creare qualcosa di mio e questo ti da la possibilità di farlo a pieno e di dare voce a quello che pensi e che vedi, che poi questo è proprio il concetto su cui si basa l’illustrazione: l’illustrazione è anche osservazione di tutto ciò che ti circonda, a livello visivo ma anche emotivo. 

Quindi ti è sempre piaciuto disegnare. Sei autodidatta o hai seguito degli studi?

No, non sono autodidatta, ho studiato. Io ho fatto il liceo artistico qui a Verona e seguivo l’indirizzo di discipline pittoriche. In realtà volevo fare la restauratrice, quindi un lavoro che non ha niente a che fare con quello che faccio adesso. Poi sono resa conto che quello del restauratore è un lavoro in cui agisci e operi su opere che sono di altri, mentre io volevo qualcosa di mio. Quindi, dopo i cinque anni di liceo, ho studiato per tre anni alla scuola internazionale di comics e illustrazione a Padova, poi ho integrato con dei corsi estivi tenuti da diversi illustratori professionisti e infine ho seguito un master di illustrazione editoriale a Macerata e questo è quello che mi ha dato la possibilità di fare il mio attuale lavoro perché prima avevo le basi ma non ero ancora pronta. 

 

Hai detto che sei stata a contatto con vari professionisti, pensi quindi di ispirarti a qualcuno per lo stile dei tuoi disegni?

Ho avuto diversi maestri, ma non credo di averne uno che mi ha ispirata. Prima sì, ho avuto un periodo in cui ero fissata con alcuni artisti mentre adesso no, penso che il mio stile sia il frutto di influenze di più cose, di più illustratori, anche perché mi piace attingere anche alla storia dell’arte, ad esempio, per la scelta dei colori

 

E collaborando con case editrici, tu sei libera di utilizzare il tuo stile o te ne viene imposto un altro?

Si sono libera di usare il mio stile anche perché la tecnica che uso è una tecnica che ho metabolizzato nel corso degli anni e che ho reso sempre più mia, quindi nel momento in cui una persona mi chiede di lavorare, sa già che uso quella tecnica lì e che il mio modo di lavorare è quello. 

Cosa utilizzi per creare i tuoi disegni?

Utilizzo i pastelli.

Quindi fai tutto a mano? Non hai mai usato la tavoletta grafica?

Poco e niente. Faccio tutto a mano, la tavoletta l’ho utilizzata imparando da autodidatta ma non mi sento super brava. Preferisco il tradizionale, più che altro perché quando credo qualcosa mi piace la parte manuale, materica, sentirti un tutt’uno con quello che fai anche sporcandoti le mani, scegliendo la grana della carta tutta un’altra cosa.

E per quanto riguarda le tue illustrazioni, secondo te, le forme e i colori che dai sono importanti per comunicare qualcosa in particolare? Soprattutto rivolgendoti a un pubblico di bambini.

Qui si apre una parentesi, perché l’album illustrato di solito è concepito come un libro per bambini. In realtà va dai 0 ai 100 anni, non ha età. Ovviamente cambia il linguaggio in base a chi ti stai rivolgendo, però magari un bambino può leggere delle cose mentre un adulto tante altre. Io non utilizzo neanche un linguaggio così infantile ma piuttosto può essere apprezzato sia dai piccoli che dai grandi. La scelta del colore è fondamentale: avendo fatto una scuola di base pittorica, ho imparato che il colore è estremamente importante e a volte mi viene suggerito dalla storia stessa. Se è una storia che parla di cielo, il colore di base ce l’hai già. Dopo, a seconda di quello che provi leggendo la storia, ti vengono suggerite altre palette ed altre sfumature.Dipende un po’ anche dalle correnti del momento, ad esempio adesso sono molto in voga i colori grafici, molto fluo. A me però piace restare nel neutro, nel tenue.

  

Stando all’iconografia del colore, per quanto ne so io, il rosso è spesso associato al gioco. È vero che è utilizzato per attrarre di più l’attenzione, soprattutto dei piccoli?

Il rosso è un colore più violento. In maniera più tecnica, quando vai a bilanciare una composizione, se c’è un elemento rosso, quest’ultimo lì attirerà di più l’attenzione rispetto a tutto il resto. Non funzionerebbe neanche cercare di dosare il colore. Poi, io ho dei colori in particolare che uso spessissimo: il blu, il viola, il verde, l’arancione.

 

Ma hai avuto a che fare più con fiabe o con favole?

Ho illustrato delle fiabe e anche storie un po’ poetiche che parlavano di artisti o musicisti piuttosto che storie che trattano argomenti difficili come il cancro o la morte. Non sono sempre fiabe, sono storie. 

E per quanto riguarda le fiabe, sono sempre recenti o anche vecchie come le più famose, quelle che tutti conoscono?

No, mi è capitato di illustrare due fiabe di Andersen, come la “Principessa sul pisello”, ed è quella che leggeremo durante il laboratorio. 

A proposito di questo, è tua l’idea di realizzare questo workshop? Se sì, è la prima volta? Chi speri di coinvolgere?

Sì, è stata una mia idea. Mi è capitato di organizzarne altri ma solamente con i bambini, mai con gli adulti. Mi piacerebbe coinvolgere i ragazzi adolescenti per lo più di 15,16 anni, che già hanno più consapevolezza di ciò che andranno a fare. È per questo che ho distinto la giornata in due: al mattino i più piccoli, nel pomeriggio pi grandi. Per i bimbi, ovviamente, il tutto si svilupperà come se fosse una sorta di gioco e dovranno realizzare una corona con elementi naturali e semplici come tempere, colla, forbici, legno e foglie per diventare “i guardiani del bosco”. Mentre, per gli adulti, sarà più tecnico  e vorrei avvicinarli alla tecnica da me utilizzata, vale a dire il pastello secco su carta: realizzeranno una cartolina che porteranno a casa. Non ci sarà una storia da seguire ma tre suggestioni di tre autori diversi riguardanti la natura: forme semplici, naturali, senza figure architettoniche o animali. Propongo io un tot di immagini e quindi loro riprodurranno la suggestione data da quell’esperienza visiva: ad esempio, cosa provo davanti ad un campo di fiori? 

Pensi di poter trasmettere la tua passione con questo tipo di progetti?

Sì, è esattamente il mio intento. Far avvicinare anche chi non conosce per niente di questo mondo, o magari lo conosce e non ne ha mai fatto parte. Anche se non si è capaci, il pastello che utilizzo io ti da la possibilità di essere “comodo”. È meno impegnativo di un pennello. Essendo polvere, si può utilizzare in diversi modi, con tutta la libertà che vuoi. Non c’è bisogno di essere bravi a disegnare. Una cosa interessante di questo libro a cui ho lavorato è che è “inclusivo”, nel senso che la storia può essere letta anche da chi ancora non è capace di leggere o ha difficoltà nel farlo. Questo grazie ai tre modi di lettura: quello visivo, quindi le immagini, quello tradizionale del testo scritto composto da frasi semplici e anche la traduzione in simboli PCS, che sono dei simboli che vanno a tradurre le parole, per esempio: “il principe è in cerca della vera principessa”. La parola vera sarà tradotta con un pollice in sù: il bambino che ancora non sa leggere capirà cosa si vuole dire in questa frase e a lungo andare saprà anche leggere quella parola collegandola al simbolo.

Non ho mai visto niente del genere ed è davvero molto bello, originale e soprattutto interessante. È una tua idea?

È un’idea della casa editrice; sono anche specializzati in più rami, fra cui questo. Trattano tematiche come l’autismo, la dislessia.. sono molto attenti a questi argomenti e cercano di includerli. Tra l’altro anche il formato è particolare: è un libro quadrato rilegato con le pagine che vanno dalla più grande alla più piccola in modo che i bambini, non avendo ancora molta mobilità nelle mani, non strappino le pagine nell’intento di sfogliarle. Si chiama formato “sfoglia-facile” ed è proprio stato inventato e marchiato da loro.

 

 

Al workshop ci sarà la possibilità di acquistarlo?

Si certo, avrò un bel po’ di copie. Degli altri miei libri no, forse un paio di copie, perché non ho avuto il tempo materiale per contattare le case editrici. L’idea del workshop è comunque quella di avvicinare i grandi e i piccoli al mondo del libro in una realtà che è sempre più digitale. Quello che ti può insegnare un libro non lo può fare un file digitale: è asettico, è vuoto. E poi il libro ha una capacità che il file non può avere, nonostante possa rimanere salvato per anni: cambiare e invecchiare con te.

 

 

È una bellissima immagine questa. Ti ringraziamo per il tempo che ci hai riservato e ci vediamo al tuo workshop sabato 11!

Grazie a voi!

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